Jannik Sinner italiano vero: quando la pochezza culturale dei media impera…
C’è qualcosa di profondamente sbagliato — e francamente imbarazzante — nel modo in cui una parte dei media continua a raccontare Jannik Sinner. E la domanda posta in conferenza stampa dopo la vittoria a Montecarlo ne è l’ennesima, lampante dimostrazione. “Mi hanno detto che hai cantato l’inno italiano… ha avuto un significato particolare?“.
Davvero? È questa la domanda? È questo il livello? Non è solo una questione di ingenuità. È molto peggio: è la fotografia di una pochezza culturale che ormai sembra strutturale. Perché dietro quella domanda c’è un sottotesto chiaro, fastidioso, quasi insinuante: ma Sinner si sente davvero italiano? Cantare l’inno è qualcosa di strano per lui?
E allora diciamolo senza giri di parole: questa è ignoranza. E anche pericolosa. Perché Sinner ha risposto con una naturalezza disarmante, quasi stupito lui stesso dal senso della domanda: “Essere italiano per me è molto bello… devo avere la fortuna di essere italiano… sono fiero“. Parole limpide, nette, inequivocabili. Eppure non bastano mai. Per qualcuno non basteranno mai.
Ma davvero qualcuno avrebbe posto lo stesso quesito a Lorenzo Musetti? O a Matteo Berrettini? Ovviamente no. E allora il punto è evidente: il problema non è Jannik. Il problema è il pregiudizio. Un pregiudizio che ha radici antiche e mai del tutto estirpate: quello sugli altoatesini “meno italiani”, “diversi”, “distanti”. Una narrazione tossica, vecchia, culturalmente arretrata. E riproporla nel 2026, nel pieno di un movimento sportivo italiano che vive uno dei suoi momenti più luminosi, è semplicemente inaccettabile.
Perché Sinner non solo è italiano: è profondamente, orgogliosamente italiano. Lo dimostra ogni volta che scende in campo, ogni volta che parla, ogni volta che si assume il peso — e l’onore — di rappresentare il Paese. Lo dimostra quando celebra gli altri sportivi italiani, quando si lega idealmente a una nuova generazione vincente — da Kimi Antonelli (F1) a Marco Bezzecchi (MotoGP) — riconoscendo che il successo non è mai solo individuale, ma collettivo. Lo dimostra quando, dopo la vittoria a Miami, dedica parole e pensieri al movimento italiano nel suo complesso. Lo dimostra quando arriva a dire, senza filtri, che scambierebbe un suo titolo per vedere la Nazionale di calcio ai Mondiali: una frase che vale più di mille retoriche patriottiche.
E invece no: c’è ancora chi si sorprende perché canta l’inno. Il punto è che manca la cultura. Manca la profondità. Manca la capacità di comprendere cosa significhi davvero identità, appartenenza, rappresentanza. Si scivola nella banalità, nel sospetto, nella domanda superficiale che non informa ma distorce.
E allora sì, bisogna dirlo chiaramente: questa non è solo una brutta domanda. È il sintomo di un modo sbagliato di guardare lo sport e, più in generale, il Paese. Un modo provinciale, chiuso, incapace di leggere la realtà. Jannik Sinner non deve dimostrare nulla a nessuno. Non deve “certificare” la sua italianità cantando un inno o sventolando una bandiera. La vive, la rappresenta, la onora — con i risultati, con le parole, con i fatti.
Il resto è rumore. E, purtroppo, anche ignoranza.

