Jacques Villeneuve sul rapporto con Michael Schumacher: “Era infastidito dal tifo per me in Italia”
Quasi trent’anni dopo uno dei duelli più iconici della F1 moderna, Jacques Villeneuve torna a rileggere il suo confronto con Michael Schumacher, offrendo uno sguardo personale e tutt’altro che nostalgico su una rivalità che, tra pista e retroscena, non è mai stata davvero amichevole.
Il canadese, campione del mondo 1997, non gira intorno al punto: il rapporto con il sette volte iridato non è mai decollato. E forse, a sentir lui, non è mai neppure iniziato davvero. “Non siamo mai andati d’accordo – ha dichiarato nel podcast Beyond the Grid, – è strano, perché in realtà non abbiamo mai socializzato in tutti gli anni in cui sono stato in F1. Eppure era il mio principale concorrente, quindi è stata una situazione bizzarra. Non sono sicuro che fosse dovuto alla rivalità in pista. Forse perché il nome Villeneuve era ancora legato anche alla Ferrari e ha avuto un effetto. In Italia c’erano tifosi che tifavano per lui, per la Ferrari, e anche per me, e questo ha un po’ sbilanciato le cose“.
“Inoltre, sapeva che non mi importava, che non ero impressionato né intimorito da lui, e credo che non ci fosse abituato. È per questo che nelle battaglie che ho avuto con lui non gli è sempre andata bene, perché gli ho tenuto testa. La stessa cosa l’ho notata quando ero alla BAR dopo. Si prendeva tutto il tempo necessario. C’era una sorta di, non so se rispetto, o incertezza su cosa sarebbe successo, ma sapeva che lo avrei affrontato e basta. Forse anche il fatto di venire dagli Stati Uniti ha aiutato“, ha aggiunto.
Eppure, prima ancora dello scontro diretto per il titolo nel 1997, Villeneuve aveva già capito cosa significasse avere Schumacher alle spalle. Lo racconta ricordando la sua prima vittoria in F1, nel 1996 al Nürburgring, proprio davanti al pilota Ferrari: “È stato fantastico, e lui era sempre nello specchietto retrovisore – ha rivelato in merito al primo successo – in parte perché correvo ancora secondo lo stile IndyCar, ovvero senza creare distacco. Stavo controllando Michael. Lo tenevo solo nello specchietto retrovisore, perché era quello a cui ero abituato. Questo è cambiato nel corso degli anni, da quando ho capito come bisognava affrontare la F1, ma ci è voluto un po’ di tempo per cambiare. È stata una gara incredibile. Non sempre c’era bisogno di sorpassi per tenere alta l’attenzione. Era sempre così vicino che un mio piccolo errore gli avrebbe dato il comando, e poi non sarei riuscito a superarlo. È sempre difficile quando sei la preda, perché puoi solo sbagliare“.
Un atteggiamento che trova la sua massima espressione in uno degli episodi più spettacolari della loro sfida: il sorpasso all’esterno all’Estoril nel 1996. Un gesto tecnico e mentale che il canadese aveva immaginato molto prima di realizzarlo. “Per molti anni sono stato molto triste, perché l’unica inquadratura disponibile era quella onboard, che non permetteva di vedere tutto quello che succedeva poi, non molti anni fa, sono comparse le riprese dall’esterno e ho pensato: ‘Oh, wow. Ok, ora si vede bene’. Durante tutti i test invernali, quella curva mi ricordava un ovale da un miglio, come quello di Nazareth, per esempio, che ha una leggera inclinazione, con un tipo di curva un po’ sopraelevata. In IndyCar si sorpassano le macchine all’esterno proprio per via della leggera inclinazione. Ho passato tutto l’inverno a dire a Jock Clear (ingegnere di pista, ndr.) e al team che avrei superato qualcuno all’esterno durante la gara. Era un obiettivo. So che sembra arrogante o presuntuoso, ma faceva parte del divertimento, ed è per questo che ho sempre amato le corse: per quei momenti in cui puoi davvero essere diverso, fare la differenza, fare qualcosa che sai che gli altri non farebbero“.

