Claudio Chiappucci: “Pantani era meticoloso, Pellizzari al Giro avrà un’occasione. Coppa Italia vetrina importante”
Tra i corridori italiani che hanno lasciato un segno indelebile nella storia del ciclismo, è impossibile non citare Claudio Chiappucci. Classe 1963, soprannominato “El Diablo”, è stato uno degli interpreti più spettacolari della sua epoca: attacchi da lontano, fughe coraggiose e uno stile istintivo che ha conquistato il cuore dei tifosi. In carriera ha partecipato a 21 Grandi Giri, salendo tre volte sul podio del Giro d’Italia e tre volte su quello del Tour de France. A distanza di quasi trent’anni dal ritiro, Chiappucci continua a essere amatissimo: gira l’Italia e l’Europa tra eventi, gare e iniziative, mantenendo vivo quel rapporto diretto con il pubblico che è sempre stato il suo marchio di fabbrica.
Perché El Diablo Chiappucci, a distanza di quasi 30 anni dal ritiro, è ancora così amato dalla gente?
“Ho sempre mantenuto un rapporto diretto con le persone, con i tifosi. È qualcosa che mi viene naturale e che non ho mai smesso di coltivare: il contatto umano, per me, è fondamentale.”
Quando vedi i percorsi attuali di Giro e Tour, con sempre meno chilometri a cronometro, quanta amarezza ti viene pensando ai tuoi tempi, quando c’erano anche crono da 80 km?
“Col senno di poi, probabilmente oggi avrei avuto più possibilità di ottenere grandi risultati. Non andavo piano a cronometro, ma le prove così lunghe per me erano un dispendio enorme di energie: dovevo sempre cercare di limitare i danni, e questo mi penalizzava molto.”
Dei tuoi podi al Giro e al Tour, in quale anno pensi di aver avuto l’opportunità maggiore per vincere?
“Nel 1990 al Tour de France: era la mia prima volta e ho pagato l’inesperienza, oltre al fatto di non avere una squadra costruita per puntare alla maglia. Però è stata un’esperienza fondamentale per la mia crescita. Poi nel 1992, sempre al Tour, con la tappa del Sestriere: lì poteva davvero cambiare tutto, ma è stata un’occasione mancata. Al Giro, invece, direi il 1991: poteva essere l’anno giusto, ma ho trovato uno Franco Chioccioli in grandissima forma, ed era davvero difficile batterlo.”
Ti sei ritirato nell’anno in cui Marco Pantani fece la doppietta Giro-Tour: che ricordo hai del Pirata?
“Ricordo soprattutto i suoi inizi. Fin da subito si capiva che aveva qualcosa in più: era meticoloso, determinato, molto attento nella preparazione. Aveva una grande ambizione e si vedeva chiaramente che voleva arrivare in alto.”
Ti sarebbe piaciuto correre nel ciclismo attuale, così scientifico, maniacale ed attento all’alimentazione?
“Io sono sempre stato un corridore molto istintivo, legato a una dimensione più naturale e umana. Il ciclismo di oggi è estremamente scientifico, molto controllato… forse troppo. Alla fine siamo uomini, non robot.”
Che idea ti sei fatto di questo inizio di stagione?
“È una stagione simile alle precedenti, quasi una fotocopia. Ci sono sempre gli stessi leader che fanno la differenza e, al momento, non vedo nuove leve in grado di competere subito con loro. Ci sono giovani interessanti come Del Toro e Seixas, ma hanno ancora bisogno di esperienza.”
Giulio Pellizzari al Giro d’Italia: cosa ti aspetti?
“Correrà da leader, e questa per lui sarà una grande occasione. Le aspettative sono alte, ma essere capitano comporta molte responsabilità, e per lui è la prima vera esperienza in questo ruolo. Sono convinto che questo Giro gli servirà soprattutto per capire meglio se stesso: i suoi limiti, le sue potenzialità e gli obiettivi a cui potrà puntare in futuro.”
Antonio Tiberi lo consideri un corridore che dovrà rivedere i propri obiettivi?
“Probabilmente sì. Ha avuto diverse occasioni per mettersi in luce, è sempre lì vicino ma non riesce ancora a fare il salto di qualità. Forse dovrebbe orientarsi verso obiettivi diversi dalla vittoria in un Grande Giro. Ha comunque grandi qualità e può diventare un ottimo corridore nelle brevi corse a tappe, che secondo me sono più adatte alle sue caratteristiche.”
Che idea ti sei fatto su Lorenzo Finn?
“Finn ha un grande potenziale. Mi auguro che venga gestito nel modo giusto, perché è inserito in un team importante e sarà fondamentale capire come verrà fatto crescere. È ancora molto giovane e ha tutto il tempo per migliorare: può diventare un protagonista sia nei Grandi Giri sia nelle corse di un giorno più dure.”
Fai parte della Lega del Ciclismo Professionistico: pensi che iniziative come la Coppa Italia delle Regioni siano il primo passo per rilanciare un ciclismo italiano in difficoltà?
“È sicuramente un primo passo importante. Offre visibilità a tante squadre e permette a molti corridori di mettersi in mostra: è una vetrina preziosa. Il presidente Roberto Pella ha avuto anche l’intuizione di coinvolgere ex professionisti, dando valore alla nostra esperienza per contribuire, con idee e proposte, al rilancio del ciclismo italiano.”
Per quante stagioni pensi che Tadej Pogačar possa restare a questo livello?
“Finché avrà queste motivazioni. È sempre sorridente, in qualsiasi situazione, e questo è un segnale importante: vuol dire che sta bene, che si diverte e che ha ancora tanta voglia di vincere.”

