ATP Montecarlo, tutti i vincitori italiani: da Pietrangeli a Fognini, ma anche due pionieri dell’anteguerra
L’Italia del tennis considera tradizionalmente il torneo di Montecarlo quasi come il secondo torneo nazionale. Non c’è poi così tanto torto in questo: a Roquebrune-Cap-Martin il confine italiano è molto vicino, e usualmente oltre un terzo degli spettatori che annualmente accorrono viene dal nostro Paese. Ed è anche per questo che, quando un azzurro entra in campo, il sostegno si sente ed è evidente. Specialmente quando quell’azzurro va (molto) avanti. Andiamo qui a ripercorrere la storia dei vincitori italiani a Montecarlo.
Per farlo, è necessario partire dal 1922. E qui bisogna inserire subito un caveat, perché della persona in questione spesso si sbaglia il nome di battesimo. L’esatto suo nome è Paolo Girolamo Balbi di Robecco, detto Nino, riportato in tante fonti come Giovanni, ma risulta decisivo l’atto di nascita depositato al Comune di Sestri Levante. In origine calciatore, sempre con la seconda squadra del Genoa e solo due volte con la prima, divenne tennista di alto profilo sia prima che dopo la guerra. In questo contesto fu capace di vincere a Montecarlo nel 1922. Il tutto appena prima degli anni che portarono fino a Henri Cochet, a Bill Tilden, a Bunny Austin, a Gottfried von Cramm (vincitore di due epiche finali nel 1936 e 1937, quando era il più forte di tutti sul rosso).
E prima, anche, di Giovanni Palmieri, stavolta senza possibilità di errore sul nome. Romano, ha una storia molto particolare che lo rende meno ricordato del dovuto. Siccome guadagnava come allenatore dei soci del TC Parioli, allora era considerato professionista, cosa che, com’è noto, al tempo era vista come l’orrore più grande. A riqualificarlo dilettante ci pensò il presidente federale Alessandro Lessona, ma poté giocare in Coppa Davis un solo anno perché, nel 1933, un’altra norma bloccò la riqualificazione degli ex professionisti nei tornei a squadre, togliendogli di fatto la possibilità di rappresentare l’Italia in Davis (che allora non si chiamava così, ma International Lawn Tennis Challenge). Palmieri, ad ogni modo, nei tornei si distinse eccome, e tra quelli che portò a casa ci fu proprio Montecarlo nel 1935. Non contro uno qualsiasi, ma contro Bunny Austin, un personaggio che, oltre alla forza di gioco, merita un capitolo a sé stante nella storia del tennis sotto tutti gli aspetti.
Nel dopoguerra, in casa Italia si poté vedere un vincitore di Montecarlo solo nel 1961. Quell’uno era Nicola Pietrangeli, al tempo il migliore del mondo senza discussione alcuna quando si trattava di terra rossa. In quell’anno andò a segno contro il francese Pierre Damon in quattro set, ma la sua longevità agonistica gli permise di continuare a gareggiare e a vincere anche ben dopo gli anni d’oro. E, difatti, s’impose anche nel 1967 contro Martin Mulligan, australiano che non troppo tempo dopo sarebbe diventato italiano, e nel 1968 contro il sovietico (di Tbilisi, odierna Georgia) Alex Metreveli. In mezzo una finale persa nel 1966 contro Manolo Santana, uno dei tre grandi di Spagna dei tempi (gli altri erano Andres Gimeno e Manuel Orantes). Di fatto, Pietrangeli fu l’ultimo vincitore di Montecarlo prima di quell’Era Open che avrebbe preso le mosse nel giro di pochissimo tempo, proprio in quello stesso 1968.
E infine, Fabio Fognini. La sua storia è recente, e il pubblico italiano la ricorda bene. Si tratta, peraltro, di una delle corse verso il titolo più spettacolari immaginabili, sia con il senno di allora che con quello di poi. Esordì da numero 13 del seeding contro il russo Andrey Rublev, al tempo in versione qualificato: era sotto 4-6 1-4 e quattro palle break a sfavore (più un’altra sul 3-4), vinse 4-6 7-5 6-4. Dopo il forfait al secondo turno del francese Gilles Simon, gli toccò Alexander Zverev, con il tedesco che era già un big (e numero 3 del tabellone). Risultato: 7-6(6) 6-1. Ai quarti Borna Coric: il croato era nei suoi migliori anni, andò sul 6-1 2-0 15-30, ma di nuovo Fognini vinse 1-6 6-3 6-2. E poi, affrontare uno che il torneo l’ha vinto 11 volte? Nessun problema: Rafael Nadal subì un 6-4 6-2 che rimase nella storia e che, di fatto, segnò la fine del dominio del mancino di Manacor su Montecarlo. Quella Montecarlo che, alla domenica, Fognini osservò da vincitore: 6-3 6-4 sulla grande sorpresa del torneo, il serbo Dusan Lajovic, e primo titolo Masters 1000 in carriera. Sarebbe rimasto l’unico, nell’anno della top ten raggiunta dopo averla a lungo inseguita.
Da rimarcare poi anche il lungo elenco di finalisti italiani nel torneo, perché ci sono nomi storici della storia tricolore. Uberto De Morpurgo, il pioniere per eccellenza, che nel 1929 giocò tre set lottati con il grande Henri Cochet, ma perse. Giorgio De Stefani, quasi coevo del barone, che nel 1934 arrivò fino all’ultimo atto con Bunny Austin senza però riuscire a portarlo a casa. Giovanni (o Gianni, che dir si voglia) Cucelli, due volte finalista nel 1948 e nel 1949 e due volte sconfitto dall’ungherese Jozesf Asboth prima e dall’americano Frank Parker (entrambi nomi di grande storia) poi. Corrado Barazzutti, che nel 1977 molto semplicemente dovette avere a che fare con Bjorn Borg. E, infine, Lorenzo Musetti, che nel 2025 fu costretto alla resa prima da un problema fisico e poi da Carlos Alcaraz, per 3-6 6-1 6-0. Il tutto per non dimenticare anche annate di semifinali con storie che, restando nel recente, vanno dall’ultimo Adriano Panatta nel 1981 all’ultimo Barazzutti nel 1983, fino al 1995 di Andrea Gaudenzi contro Muster e al 2013 di Fognini. Per finire, poi, con Jannik Sinner, che senz’altro non vede l’ora di andare oltre 2023 e 2024. Da rimarcare, poi, che in Era Open Panatta in doppio il torneo l’ha vinto comunque, con il suo amico di una vita Paolo Bertolucci e contro Gerulaitis/McEnroe, non proprio una coppia di poco conto. Prima ancora, nel 1954, fu la volta di Cucelli con Marcello Del Bello.
Abbiamo parlato del settore maschile. Pochi, pochissimi, oggi però ricordano che un tempo, fino al 1982, c’è stato anche un torneo femminile a Montecarlo. E anche qui, tra le varie storie di Suzanne Lenglen, Elizabeth Ryan, Helen Wills, Simonne Mathieu, Althea Gibson, Margaret Court (allora ancora Smith) e tante altre, va ricordato qualcosa d’italiano. Attenzione: stiamo parlando di un torneo che è rimasto competitivo nel tempo. Basti vedere le ultime due edizioni: la finale del 1981 era tra Sylvia Hanika e Hana Mandlikova, con la tedesca che fu numero 8 del mondo e l’allora cecoslovacca una delle pochissime a potersi inserire nel duopolio Navratilova-Evert. Quella del 1982 vide vincere Virginia Ruzici, la rumena che quattro anni prima si era portata a casa il Roland Garros.
E come si diceva, in tutto questo un po’ d’Italia c’è. Anche di molto sconosciuta: pochissimi, infatti, conoscono la storia della vincitrice del 1904, Margherita de Robiglio. O, nome completo, Robina Margherita Salmond de Robiglio. Nata nel 1887 a Newport da famiglia italiana, fu tale fino al matrimonio, avvenuto nel 1907 con il colonnello Paul Marie Alexandre Astraud, che faceva parte dell’esercito francese. Di lei si diceva che sarebbe presto diventata un’avversaria seria delle sue contemporanee e, in effetti, nel 1904 il torneo di Montecarlo lo vinse sull’esperta contessa tedesca Clara von der Schulenburg (i report dell’epoca parlano di un sapiente utilizzo combinato di colpi forti, per il tempo, risposte sicure e un sapiente uso del dritto incrociato). Dopo il 1907 risulta aver poi smesso di giocare in maniera competitiva.
Più note sono le storie delle altre giocatrici italiane in grado di vincere a Montecarlo, tutte e due nel dopoguerra. La prima è conosciuta in tanti modi diversi, ma Elly Annelies Ullstein Bossi Bellani viene ricordata spesso, alternativamente, come Annalisa Bossi o Annalisa Bellani: era stata sposata con il tennista milanese Renato Bossi e, più tardi, con il telecronista Giorgio Bellani. Interprete tra le migliori del rosso del suo tempo, divenne italiana nel 1940, rimanendo sulla cresta dell’onda per tantissimo tempo, fino alle soglie degli Anni ’60. In questo contesto riuscì a vincere a Montecarlo nel 1949 e 1957. In mezzo ci fu anche Silvana Lazzarino, un’altra delle grandi pioniere del tennis femminile dello Stivale. Romana, si avvicinò al tennis tra il Muro Torto e le Mura Aureliane, divenne tennista per davvero al TC Parioli, fu a lungo compagna di doppio d Lea Pericoli. E a Montecarlo vinse nel 1954, da giocatrice che sul mattone tritato era in grado di dar fastidio a moltissime. Non per caso fu proprio quell’anno che, a Parigi, si spinse fino in semifinale.
Altre italiane hanno poi raggiunto l’ultimo atto: Lucia Valerio, la prima grande figura portante del tennis italiano, nel 1935, Manuela Bologna (che nel 1952 fu finanche la miglior giocatrice italiana) nel 1948, la stessa Lea Pericoli nel 1966 e, infine, Sabina Simmonds (londinese di nascita, ma sempre in campo per l’Italia fin da quando, alla maggiore età raggiunta, dovendo scegliere tra più opzioni optò per il nostro Paese) nel 1979. La stessa Lea Pericoli vinse cinque volte in doppio (tre con Lazzarino e due con Lucia Bassi, che a sua volta prevalse in un’ulteriore occasione assieme a Maria Teresa Riedl).

