Alessia Trost: “I 2 metri furono un cataclisma, hanno segnato la mia carriera. Rimpianto legato alla progettualità”
Un record indimenticabile, che porta in dote gioie ma anche qualche rammarico. La soddisfazione di aver trovato una strada, il dispiacere per averla persa in un momento delicatissimo della sua carriera. E adesso, una nuova vita, sempre sulla pista di atletica, sempre a supporto della della disciplina. Alessia Trost, ex specialista del salto in alto, è stata ospite dell’ultima puntata di Focus, rubrica di approfondimento in onda sul canale YouTube di OA Sport, per raccontare le fasi salienti del suo percorso sportivo, ma anche per svelare il suo prezioso punto di vista di tecnico. Ruolo che ricopre dal 2024, anno del suo ritiro dalle competizioni dopo aver vinto medaglie importanti.
In primo luogo l’allenatrice ha raccontato i suoi primi passi con il mondo del salto: “Ho iniziato in un momento che non ricordo: era talmente piccola e al tempo per me era così poco rilevante da non averne memoria. Faccio atletica e salto in alto da sempre, ma ho cominciato seriamente a saltare a sedici anni, quando per la prima volta sono scesa in pedana con la maglia azzurra. Da quel momento le cose sono cambiate. Ero entusiasta, sicuramente mi sentivo responsabilizzata dal fatto di indossare la maglia azzurra. Non so ero realmente consapevole, ma sapevo quello che stavo facendo, era il 2009. Prima ero giustamente una ragazza come quelle che oggi alleno. Facevo atletica per divertimento, perché si incontravano i propri amici al campo e si trovava la propria dimensione. Da lì il rapporto con lo sport si è spostato fuori dai confini della mia provincia, questo ha creato i presupposti per fare l’attività da professionista che poi ho fatto per quindici anni”.
Trost ha poi proseguito: “Il 2009 mi ha proiettato nell’atletica internazionale. Ho vinto i Campionati del Mondo categoria allievi, le gymnasiadi che erano i Campionati Mondiali scolastici, poi un Campionato Europeo giovanile. L’anno dopo ho proseguito in allievi e junior portando a casa delle medaglie, nel 2012 ho vinto i Mondiali Junior a Barcellona, nel 2013 ho saltato i due metri, che ad oggi sono il mio primato personale, è stata una misura che mi ha proiettato nel professionismo. Nel 2014 ho fatto gli Europei all’aperto, poi nel 2015 ho fatto gli Europei a Praga dove ho portato a casa un argento in una gara in cui sono riuscita ad esprimermi come un atleta di alto livello”.
I due metri, saltati così giovane, sono stati letteralmente croce e delizia per l’azzurra: “I due metri hanno fatto un gran casino. Dentro di me sono stati una grande soddisfazione e un grande momento di gioia, ma sono stati un cataclisma perché mi hanno proiettato in una dimensione totalmente diversa rispetto a prima. E’ qualcosa che mi sono portata avanti per lungo tempo. Che ha segnato in maniera forte la mia carriera. Io chiudo nel 2024 la mia attività agonistica con un primato personale segnato 11 anni prima. Questo si fa sentire in tutte le sue dimensioni, sia negative che positive. Il rammarico è quello di non essere stata in grado per motivi diversi di dare continuità al mio metodo di allenamento. C’è stata un’ottima organizzazione pluriennale fino al 2016 da parte di Gianfranco Chessa, che è stato il mio primo allenatore di salto in alto. Da lì in poi la programmazione non è stata sviluppata in più anni ma solo di anno in anno. Ho cambiato spesso allenatore, metodo di allenamento. Questo ha avuto delle ricadute negative inevitabili sia a livello condizionale che tecnico. Rimane il mio rammarico principale. Me ne rendo conto oggi da allenatrice”.
E ancora: “Nel 2016, quando ho deciso di spostarmi, sentivo il bisogno di farlo. Il rapporto con il mio allenatore stava esaurendosi, questo rientra in tutte le storie. Probabilmente le scelte dopo sono state fatte in quanto in cerca di una risoluzione immediata, ma senza progettazione. Di questo me ne faccio in parte una colpa, potevo aprirmi di più, chiedere. Dall’altro il sistema sportivo italiano, almeno per quanto riguarda l’atletica, non è ancora molto in grado di sostenere il passaggio tra la categoria giovanile ed il professionismo. Spesso si tratta di adolescenti che si affacciano per la prima volta alla vita, non ci sono gli strumenti per passare in modo progressivo e coerente all’attività professionistica”.
Alessia Trost ha poi spiegato la differenza sostanziale tra saltare bene e saltare nel momento in cui conta farlo: “Nel 2015 ho saltato veramente alto in una gara in cui contava farlo, gareggiando nel vero senso del termine, abbiamo anche fatto uno spareggio io e Kucina. E’ stato il momento nel quale sono venute insieme nella maniera ottimale le mie capacità fisiche, tecniche e le mie competenze di atleta ed agonista. Nel 2018 ho vinto una medaglia ai Mondiali indoor, fu un’occasione differente, avevo cambiato allenatore e stile di salto, con capacità fisiche diverse. Fu un momento importante perché la medaglia arrivò in un momento di cambiamento, mi diede la spinta per continuare, arrivare sul podio ai Mondiali è diverso rispetto agli Europei. Saltare alto è una cosa, saltare alto quando conta è un’altra. Ci sono atleti, ed io sono stata uno dei quelli, in grado di utilizzare l’adrenalina e la tensione a proprio favore. Sono stata agonista perché nel momento in cui c’era da combattere mi animavo e riuscivo ad esprimere più di quanto valevo. Ho sempre provato un gusto enorme nello stare in pedana ed essere immessa nel clima della competizione. Mi è sempre piaciuto stare dentro la gara, è stata la mia benzina. Approfittavo del fatto che c’era una progressione di misure che richiedeva sempre più concentrazione ed intensità. Il salto in alto è mentale: si sta in pedana due ore e nella maggior parte del tempo non si fa niente: si fanno dieci o dodici salti in pochi secondi, è tutto nella testa. Io in questi contesti mi sono sempre esaltata. Saltare alto e saltare bene sono cose differenti, oggi da allenatrice mi sono chiare: non è detto che chi salta alto sia in grado di esprimere un gesto tecnico corretto, ci sono punti biomeccanici da cui non si può scappare, ma c’è chi li fa bene e chi peggio, secondo un modello che abbiamo definire ed è sempre in cambiamento. L’allenatore deve capire le caratteristiche dell’atleta per permettergli di saltare alto e bene a seconda delle proprie capacità”.
L’azzurra ha inoltre spiegato le ragioni del suo addio alle gare: “Nel 2021 ho partecipato alle Olimpiadi di Tokyo, nel 2022 mi sono trasferita in Germania, a Berlino. In quell’anno mi sono perlopiù infortunata. A giugno 2022 non potevo fare più l’atleta, il mio corpo non lo consentiva, sono rientrata in Italia per curarmi e ci sono rimasta, mi è stato proposto di allenarmi qui nelle Fiamme Gialle a Roma. Io ho accettato perché ci sono condizioni positive che ti permettono di allenarti bene semplificando molte cose. Stavo iniziando a smettere perché il 2022 è stato troppo per me, faticavo ad ottenere risultati. Nel momento in cui il tendine d’Achille durante una gara ha deciso di staccarsi ho capito che ero arrivata. Sono stata uno dei pochi atlete a fare il passaggio mentale prima di quello pratico e di aver affrontato il cambiamento con lo sguardo già rivolto dall’altra parte”.
Non è mancato inoltre un commento sulla grande differenza tra la nuova squadra azzurra e quella di dieci anni fa: “Io ho fatto i Mondiali Indoor nel 2016, eravamo in cinque. Abbiamo preso più medaglie in questi Mondiali Indoor 2026 di quante persone fossero presenti a Portland nel 2016, è cambiato tanto. C’è un cambio generazionale che ha portato tanti ragazzi di seconda generazione a fare attività, questo ha messo una ruota in movimento; la Francia l’ha fatto 20 anni prima di noi. Adesso le cose sono cambiate, e questo ha innalzato il livello, un po’ come all’epoca Simeoni saltò i due metri, ora sono più di 90 a farlo. Si è rotto un limite mentale, anche grazie ad allenatori che hanno competenze voglia di portare novità negli allenamenti. Io mi auguro che in questo trend che avvicina molte figure che girano intorno all’atleta permettano di lasciare spazio alla visione dell’atletica artigianale, fatta di innovazione ma anche di tradizione, rispetto nei confronti della tecnica e delle conoscenze da campo. Mi auguro che questi due aspetti possano camminare insieme. In generale sta pagando l’entrata a gamba tesa di questi metodi orientati allo sviluppo muscolare e a quello condizionale piuttosto all’attenzione verso la tecnica. Un allenatore che arriva al pomeriggio dopo aver lavorato per ore in altri ambiti ha facilitato discipline di velocità o di endurance piuttosto che ad altre di tipo tecnico. Su questo noi, operatori del mondo sportivo, dobbiamo agire per favorire l’accesso ad un percorso più tecnico. Un altro punto abbastanza interessante riguarda l’interazione tra la Federazione e le scuole. Noi abbiamo ampliato progetto Atleticamente, molti ragazzi hanno cominciato a praticare atletica, questo lo vediamo nei risultati delle nostre squadre”.
Trost ha poi affrontato una tematica molto delicata, circa la percezione delle atlete dei commenti provenienti dall’esterno: “Credo che effettivamente nell’atletica ci sia la fortuna di aver a che fare con i numeri. Un risultato è un risultato. Se una ragazza salta alto e non risponde ai canonici estetici del salto, pace e bene. Lei però passerà anni a chiedersi perché la gente continua a fare dei commenti poco opportuni, non informati, legati alla superficialità delle opinioni che hanno un effetto sulla persona a cui sono direzionati. A volte riguardano più la persona che le dice piuttosto che quella che le riceve. Ci sono limiti di peso con cui la performance cade, ma sono personali. Vanno descritti, compresi attraverso la condivisione delle informazioni dei programmi di lavoro”.
Nonostante i tantissimi anni passati a gareggiare, Alessia sembra a dir poco felice della sua nuova vita: “Mi piace allenare, forse troppo. Il mio obiettivo non saprei definirlo, mi piacerebbe vivere le manifestazioni a livello internazionale, ma mi piace anche molto la quotidianità del mestiere, lo stare in campo, avere a che fare con bambini e ragazzi, Spero che ad un certo punto possa avere a che fare con atleti professionisti, si tratta di tenere insieme tante variabili. Provo un gusto intrinseco nel gareggiare senza competere, nello stare in campo ed allenare senza sapere dove si andrà. Cosa non deve mai mancare? Lo scotch per segnare la rincorsa, che potrebbe essere anche metafora per questioni più ampie. Ma una cosa che non devono mai dimenticare i ragazzi è che molto spesso, quasi sempre, non sanno cosa può venire fuori nel mettere insieme una buona ricorsa. Possiamo sempre sospenderci di quello che succede“.

