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Jannik Sinner, l’urlo californiano nei giorni belli dello sport italiano. Verso Miami con un sorriso in più

Per descrivere il cammino di Jannik Sinner a Indian Wells si potrebbe tranquillamente fare l’associazione con tante canzoni. La California, del resto, è un luogo che ha ispirato tanti gruppi nella storia: gli Eagles, con “Hotel California” (dove la protagonista è addirittura italiana, come raccontò Don Felder quasi 40 anni dopo), gli stessi Led Zeppelin, con “Going to California”. E poi, naturalmente, “Californication” dei Red Hot Chili Peppers e “California Dreamin'” dei The Mamas & The Papas, canzone poi eseguita in più di 300 cover (compresa quella italiana eseguita dai Dik Dik per primi).

Eppure nessuna di loro esprimerebbe compiutamente quanto effettuato dal numero 2 del mondo nel torneo della Coachella Valley, per un motivo o per un altro. Quello di Jannik è un viaggio unico, difficile da incasellare attraverso qualsiasi metodo. Perché per lui la California è più di una canzone che si snoda su temi invernali, di un testo dagli infiniti riferimenti a icone rock e non solo, di un desiderio di fuga in cui chiunque ha visto Joni Mitchell, di un’allegoria totale del sogno americano. La California era, per l’altoatesino, fino a ieri, quel luogo in cui c’era sempre stato qualcosa che non andava.

Sinner, questo torneo, avrebbe potuto vincerlo anche un anno fa, sull’onda di una forma strabiliante. Ma non poteva giocarlo: era stato fermato. Questa volta ci è giunto quando molti avevano dubbi su di lui, dubbi che si possono tranquillamente dire esagerati, perché ancora più esagerati sono stati i due anni precedenti, a un livello concesso a pochissimi eletti nella storia. E Sinner questo ha ribadito: lui c’è, eccome se c’è. Aveva finito la stagione 2025 dei Masters 1000 vincendo a Parigi La Defense senza perdere un set, ha cominciato quella 2026 senza cedere, parimenti, alcun parziale.

E soprattutto la finale con Daniil Medvedev ha fatto ancora capire che tipo di giocatore sia Jannik, quello che quando serve alzare il livello c’è eccome. Nel primo tie-break comincia a far carburare il rovescio che fino a poco prima non era entrato in scena in maniera particolare. Nel secondo, invece, quasi tutto quello che succede dallo 0-4 per il russo è pura opera d’arte che si eleva al massimo grado negli ultimi due punti. Il primo, uno scambio infinito in cui quasi più della profondità e pesantezza dei colpi è stata la volontà a prevalere. E il secondo, invece, è stato l’opposto: un’unica cannonata, una risposta sola, quella che è rimasta sufficiente per trionfare.

25: tanti sono ora i tornei che Sinner ha vinto in carriera. Alla centesima vittoria in un 1000, fatto che ormai lo rende (e lo renderà molto a lungo) l’italiano più vincente in questa categoria di eventi del calendario tennistico. Il tutto in un filo ideale che lo lega ad Andrea Kimi Antonelli, l’uomo che dopo vent’anni da Giancarlo Fisichella ha riportato un italiano sul gradino più alto del podio in Formula 1. I due, peraltro, si conoscono, sono amici e qualche mese fa sono stati protagonisti insieme a Yas Marina, la sede del GP di Abu Dhabi, dove il pilota bolognese (rigorosamente su una Mercedes) lo ha portato a fare un giro completo di pista. Un giro vero, non di quelli fatti a velocità moderata, considerata anche la conoscenza e passione di Jannik per il motorsport.

Una domenica, insomma, da aggiungere a quelle indimenticabili del tennis italiano, e in un periodo nel quale lo sport italiano sta vivendo, un giorno dopo l’altro, sempre nuove emozioni, tra quelle più o meno prevedibili. Adesso per lui Miami: cambia tutto, si va all’Hard Rock Stadium, si cambia fuso orario e costa degli States. Ma a mettere altro fieno in cascina ci può pensare lui, che in Florida ha conosciuto tantissimi momenti importanti: la finale del 2021, quella del 2023, il successo indiscutibile del 2024. C’è da riprendere un filo interrotto, insomma, in un luogo che a lui è senz’altro caro. Il tutto in attesa del ritorno in Europa, con la stagione sul rosso.

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