La Germania si accoda ad altri Paesi nel boicottaggio alla cerimonia d’apertura delle Paralimpiadi di Milano Cortina
In un Medio Oriente nuovamente precipitato in una spirale di violenza, con il riaccendersi dei conflitti e un bilancio umano che si aggrava di giorno in giorno, lo sport torna a interrogarsi sul proprio ruolo. Le immagini che arrivano dalle aree di crisi si intrecciano, inevitabilmente, con l’avvicinarsi delle grandi manifestazioni internazionali, chiamate ancora una volta a misurarsi con le tensioni della geopolitica.
A due giorni dall’apertura delle Paralimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026, il Comitato Olimpico Internazionale ha ribadito in una nota la propria linea: in un mondo “scosso da conflitti, divisioni e tragedie”, lo sport deve restare un faro di speranza e uno spazio di competizione pacifica.
Nel comunicato si richiama anche la Risoluzione sulla Tregua Olimpica, adottata dagli Stati membri delle Nazioni Unite in occasione di ogni edizione dei Giochi. Il CIO, osservatore permanente presso l’ONU, ha tuttavia precisato di non avere strumenti per imporne l’attuazione, competenza che resta in capo al sistema delle Nazioni Unite. Da qui l’appello agli Stati affinché sostengano gli atleti qualificati per Milano Cortina 2026 che potrebbero essere colpiti dagli effetti dei conflitti più recenti.
Parole che suonano come un tentativo di tenere lo sport fuori dalle contrapposizioni politiche, ma che si scontrano con una realtà ben più complessa. Alla vigilia della cerimonia d’apertura, infatti, si allarga il fronte dei boicottaggi contro la decisione del Comitato Paralimpico Internazionale di consentire ad atleti russi e bielorussi di competere sotto la propria bandiera e con il proprio inno. Una scelta in netta discontinuità rispetto alla linea di neutralità partecipativa indicata dal CIO per il contesto olimpico.
Il caso più eclatante è quello della Germania: la Federazione tedesca per gli sport disabili (Dbs) ha annunciato che non prenderà parte alla sfilata inaugurale nell’anfiteatro di Verona, pur confermando la partecipazione alle gare. Una svolta rispetto alle dichiarazioni precedenti del presidente Hans-Joerg Michels, motivata ora con l’esigenza di esprimere solidarietà alla delegazione ucraina e di tutelare la concentrazione degli atleti. Non un boicottaggio totale, ma un gesto simbolico forte, accompagnato dall’assenza della ministra dello Sport tedesca.
La protesta non si ferma a Berlino. Oltre all’Ucraina, hanno annunciato l’assenza alla cerimonia Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Polonia, Paesi Bassi e Cechia: nove Paesi in totale. Al centro della contestazione vi è l’assegnazione di wild card ad atleti russi e bielorussi con simboli nazionali, una decisione che, secondo i critici, non sarebbe stata imposta da vincoli giuridici ma frutto di una scelta autonoma dell’IPC.
Il risultato è un cortocircuito istituzionale che rischia di proiettare l’ombra della politica sulla festa paralimpica. Da un lato, il richiamo del CIO alla neutralità e alla funzione unificante dello sport; dall’altro, una linea percepita da diversi governi come una rottura rispetto a quell’equilibrio. In mezzo, gli atleti, chiamati a competere in un clima che trascende il campo di gara.

