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L’ammissione di Jannik Sinner. L’extra-motivazione di Djokovic la chiave principale

Jannik Sinner non è abituato a perdere così. Non tanto per il risultato in sé, quanto per le sensazioni lasciate sul campo. Eppure, osservando la semifinale degli Australian Open di ieri contro Novak Djokovic, una domanda sorge spontanea: l’azzurro era davvero al massimo della sua motivazione?

Dirlo può sembrare quasi irriverente, considerando la posta in palio e il palcoscenico. Ma il campo, come spesso accade, racconta più delle premesse. Sinner è apparso sottotono proprio nei momenti in cui, negli ultimi due anni, aveva costruito la sua crescita e la sua solidità: quelli decisivi. I famigerati pressure points, terreno di caccia abituale del numero due del ranking, si sono trasformati in una trappola.

I numeri parlano chiaro e non concedono appello: 2 palle break convertite su 18 e appena due game vinti su quattordici ai vantaggi. Dati che non fotografano tanto una difficoltà tecnica, quanto soprattutto un’assenza di ferocia agonistica, quella scintilla che spesso separa una buona prestazione da una vittoria contro i grandissimi.

Il fattore mentale, dunque, è stato centrale. E a suggerirlo non sono soltanto le statistiche, ma anche le parole dello stesso Sinner. In conferenza stampa, Jannik non ha mostrato sorpresa per il livello espresso da Djokovic. Anzi, ha ribadito un concetto ormai consolidato: Novak è il riferimento assoluto da anni, il miglior giocatore della sua epoca. Nessuna rivelazione, nessuno stupore. Solo consapevolezza che queste partite danno una motivazione extra.

Ed è forse proprio qui che si nasconde la chiave del match. Pungolato dalle domande sul futuro, sul ritiro, sul confronto con Alcaraz e con lo stesso Sinner in vetta alla classifica mondiale, il serbo ha trasformato la sfida in una dichiarazione d’intenti. Una prova di orgoglio, di identità, di sopravvivenza sportiva.

Sinner, al contrario, è sembrato vivere il match come una tappa del percorso, non come una battaglia da vincere a ogni costo. Meno comunicativo, meno acceso, meno presente emotivamente, anche nei frangenti più delicati. Un atteggiamento lucido, maturo, ma forse insufficiente contro chi, come Djokovic, si nutre di sfide esistenziali.

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