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Masters Augusta 2026: il percorso e le 18 buche ai raggi X. Piccole modifiche alla 17

Andiamo a scoprire, senza troppi preamboli, che cos’è che rende così particolare il percorso dell’Augusta National Golf Club. Cioè quello dove, ogni anno, ad aprile, si disputa il primo Major della stagione golfistica. Che, poi, è per buona misura anche quello più iconico.

Buca 1 (Tea Olive, par 4, 407 metri): il nome viene dall’arbusto sempreverde che ha origine in Cina e in Giappone. Qui sbagliare l’approccio vuol dire rischiare con quasi certezza i due putt, per cui è già un punto critico.

Buca 2 (Pink Dogwood, par 5, 534 metri): qui parliamo, invece, di un corniolo comune nell’America del Nord e nel Messico. Qui si può arrivare al birdie. Ci sono un paio di bunker (era uno solo prima della guerra), ma parliamo di una buca anche bella da vedere.

Buca 3 (Flowering Peach, par 4, 320 metri): il nome non inganna, perché questa è, né più né meno, la variante floreale del pesco. La buca prevede un green destra-sinistra che alle volte non è facile da individuare. Quella caratteristica è riservata ai bunker. C’è anche una dedica a un albero che si ritiene simbolo dell’immortalità.

Buca 4 (Flowering Crabapple, par 3, 219 metri): la traduzione del nome è fondamentalmente melo selvatico fiorito, originario dell’Estremo Oriente. Questa buca ha un green che ha cambiato svariate volte forma e che si raggiunge con un ferro. Alcuni hanno ritenuto questa la buca più difficile, per paradosso, del percorso.

Buca 5 (Magnolia, par 5, 453 metri): non c’è nemmeno bisogno di andare tanto lontano con l’immaginazione, perché il fiore è conosciuto fin dall’antichità. Bunker a sinistra, strada libera a destra, birdie in abbondanza: sono le tre cose che bisogna ricordare.

Buca 6 (Juniper, par 3, 165 metri): ha 50 e più specie il ginepro comune, anche in questo caso diffuso su scala mondiale. Il tee shot richiede particolare attenzione, perché se si va nella parte giusta del green allora va tutto bene, ma se si va in quella sbagliata o in bunker allora sono guai. A proposito, il bunker ad Augusta non è fatto di sabbia, ma con una specie di quarzo granulato che è noto come Spruce Pine sand.

Buca 7 (Pampas, par 4, 411 metri): l’immaginazione è quella corretta, perché qui con la mente andiamo in Argentina. L’erba del caso si chiama anche Cortaderia selloana. Si va dritto per dritto, anche se basta poco per finire in uno dei cinque bunker attorno al green. Tee shot rifatto nel 2002, dopo i suggerimenti di rifacimento completo di Horton Smith.

Buca 8 (Yellow Jasmine, par 5, 521 metri): il fiore in questo caso è il gelsomino, ma non uno normale. Si parla, infatti, di una versione diffusa nell’America centrale e in una parte degli States. Volare sopra il bunker di destra iniziale è fondamentale. Il green ha una pendenza enorme a metà che, a turno, è stata maledetta da tutti i golfisti che l’hanno affrontata, nessuno escluso.

Buca 9 (Carolina Cherry, par 4, 421 metri): questo è un sempreverde noto in tutto il sudest americano. Già gli avvallamenti sui green sono ben noti a questo punto, ma per l’occasione si fa di meglio (o di peggio, a seconda delle opinioni): si estende il tutto all’intero percorso.

Buca 10 (Camellia, par 4, 453 metri): si va fino ai tempi di Linneo per l’attribuzione del nome di questa pianta d’origine asiatica. A sinistra ci sono gli alberi, a destra la chance per il lungo secondo colpo in questa che è la buca più difficile di tutte, storicamente mai con una media sotto il par.

Buca 11 (White Dogwood, par 4, 462 metri): il nome deriva dalla Cornus florida, molto diffusa nell’est degli States. Dal secondo colpo di questa buca comincia l’Amen Corner, che si estende a tutta la 12 e ai prii due colpi della 13. Momento famoso: il chip in di Larry Maze nel 1987.

Buca 12 (Golden Bell, par 3, 142 metri): tipo di angiosperme che è originario dell’entroterra asiatico. Si tratta di una buca decisiva, come purtroppo Francesco Molinari ricorda molto bene. L’acqua della Rae’s Creek, del resto, tende ad accogliere parecchie palle. Ed è una delle buche più note al mondo.

Buca 13 (Azalea, par 5, 498 metri): non c’è bisogno di traduzione o ridefinizione, la pianta è diffusa in tre continenti. Quattro anni fa è stato effettuato un arretramento del tee shot che ha portato ad avere circa 50 metri da percorrere in più.

Buca 14 (Chinese Fir, par 4, 402 metri): la traduzione è “abete cinese”… ma la pianta non si può definire abete. Molto spesso accostata alla buca 14 dell’Old Course di St. Andrews, e c’è anche un perché: l’ispirazione di Alister MacKenzie, il costruttore del percorso, fu propio quella.

Buca 15 (Firethorn, par 5, 503 metri): buca dedicata all’agazzino che conosciamo bene nell’eurasiatico. Si tratta di una delle buche dal birdie più facile esistenti, ma la variabile è di far volare la palla oltre il lago, altrimenti non c’è possibilità di effettuarlo.

Buca 16 (Redbud, par 3, 155 metri): il nome è quello di un piccolo arbusto originario dell’Ontario, in Canada. “Non si può andare lunghi sul bunker posto dietro a destra. E’ un bogey quasi automatico”. Parola di Luke Donald, capitano di Ryder Cup ormai dal 2022 per l’Europa. Nei giri di pratica in molti si divertono a far rimbalzare la palla sull’acqua. In gara è un’altra storia…

Buca 17 (Nandina, par 4, 411 metri): si tratta, per il nome, di un bambù che si origina nella parte orientale dell’Asia. Qui c’era l’albero intitolato a Eisenhower, del quale tanto ne fu richiesto l’abbattimento che non avvenne mai. O meglio, avvenne, ma solo per una tempesta di neve nel 2014. Molto particolare la questione dei due bunker attorno al green, che hanno diversi livelli di difficoltà. Quest’anno è più corta di 11 metri, con il tee shot avvicinato alla buca.

Buca 18 (Holly, par 4, 425 metri): si tratta di piante ornamentali, anzi di una loro particolare variante. L’anno scorso da queste parti Rory McIlroy si è inginocchiato per il momento della storia, tra i bunker che minacciano di costringere al bogey.

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