Sinner come un robot? Petkovic: “C’è molto di più. Divertente in tedesco, le lingue fanno emergere la personalità”
Jannik Sinner scenderà in campo alle ore 18.00 italiane per affrontare lo statunitense Frances Tiafoe nei quarti di finale del Masters 1000 di Miami: dopo aver superato in due set il bosniaco Dzumhur, il francese Moutet e l’altro padrone di casa Michelsen, il fuoriclasse altoatesino sarà chiamato ad affrontare il numero 19 del seeding sul cemento della Florida, dove è il grande favorito per il trionfo finale dopo aver già dettato legge al Masters 1000 di Indian Wells.
Il campione in carica di Wimbledon conduce per 4-1 nei precedenti con il 28enne americano: l’ultimo risale alla vittoriosa finale del Masters 1000 di Cincinnati, mentre per ritrovare l’unica affermazione di Tiafoe bisogna risale alla semifinale del torneo ATP 500 di Vienna nel 2019, quando ebbe al meglio in rimonta facendo leva sul pubblico contro un Sinner ancora un po’ acerbo sotto alcuni aspetti. In palio la qualificazione alla semifinale, da disputare contro il vincente del confronto tra il tedesco Alexander Zverev e l’argentino Francisco Cerundolo.
Nelle ultime settimane si è parlato tanto della definizione data dal giocatore brasiliano Joao Fonseca, che ha dipinto Jannik Sinner come un robot, suscitando parecchie reazioni. L’ultima è quella di Andrea Petkovic, ex numero 9 del mondo e attualmente analista tecnica, che ha raccontato la sua esperienza quando ha intervistato l’azzurro in lingua tedesca. L’argomento è stato sviscerato durante l’ultima puntata del suo podcast The big T: “Ho avuto il piacere di intervistare Jannik in tedesco, in realtà è bravissimo anche in inglese. Non si può credere come parla di tennis: in inglese è ottimo, ma credo che a volte sia un po’ più cauto. È molto più divertente in tedesco o forse semplicemente più sciolto nella lingua con cui è cresciuto. Penso che le lingue facciano emergere lati diversi della personalità“.
Petkovic ha elogiato il comportamento dell’attuale numero 2 del mondo: “Il modo in cui parla di tennis, soprattutto quando gli chiedi di tattiche specifiche, è impressionante. Mi ricordo un’intervista, dopo che aveva battuto Ben Shelton a Wimbledon in tre set, tutti incredibilmente combattuti, con Ben che aveva giocato davvero bene. Gli ho chiesto come aveva gestito la risposta al servizio e il livello di dettaglio in cui è entrato era straordinario. Nelle interviste a volte ci concedono minuti interi, ma spesso invece solo due domande. Così, soprattutto in tedesco – dove gli inglesi dietro di me non capiscono che sto facendo più domande – cerco di infilarne tre nella prima. A quel punto vedo Jannik che fa quella faccia del meme della donna con tutte le equazioni matematiche in testa, tipo ‘ok, da dove inizio?’. Ma preferisco che scelga lui, e puntualmente prende sempre la domanda tattica. Si addentra in profondità e nei dettagli“.
L’ex giocatrice ha sentenziato in maniera chiara: “Capisco perché qualcuno possa trovarlo un po’ robotico, ma secondo me c’è molto di più in lui, soprattutto nella profondità con cui analizza e racconta il suo tennis“.

