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Piccola crisi per Jannik Sinner. Situazione da accettare: nello sport non esistono automi

La sconfitta nei quarti dell’ATP 500 di Doha contro Jakub Mensik non è una caduta fragorosa, ma un segnale. Un segnale fisiologico, umano, persino necessario, se inserito nel percorso di crescita di Jannik Sinner, reduce da due stagioni semplicemente mostruose per continuità, qualità e risultati.

Parlare di “crisi” in senso classico sarebbe fuori scala. Più corretto definirlo un piccolo down, come lo stesso Sinner ha ammesso con grande lucidità. E proprio questa lucidità è il primo elemento che allontana qualsiasi allarme reale. L’analisi della partita è onesta, diretta, quasi chirurgica. L’altoatesino non cerca alibi: riconosce i meriti dell’avversario, servizio dominante, percentuali altissime, tie-break giocato con personalità, e allo stesso tempo individua i propri passaggi a vuoto.

Il break subìto a inizio terzo set è stato lo snodo chiave. Non tanto per il punteggio, quanto per la gestione emotiva e tecnica del momento: qualche scelta sbagliata, poca lucidità, una prima che non ha più protetto come nei momenti migliori. Tutto normale, tutto già visto nello sport di alto livello. Qui emerge il punto centrale: Jannik non perde perché è in crisi, ma perché non è stato perfetto. E dopo due anni vissuti a standard quasi irreali, l’imperfezione sembra improvvisamente fare rumore.

Nelle ultime due stagioni ha vinto tantissimo, perso pochissimo, spesso dominato. Questo ha creato una percezione alterata: quella di un tennista quasi automatico, sempre performante, sempre sul pezzo. Ma lo sport non funziona così. E il pusterese lo sa bene quando dice: “Ogni giocatore affronta degli alti e dei bassi. Ho avuto due anni incredibili e ora ho un piccolo down“.

Non è una giustificazione, è una constatazione. Dopo gli Australian Open, qualche problema fisico, aggiustamenti tecnici in corso, la ricerca di un nuovo equilibrio tra spinta e controllo: sono tutti elementi che temporaneamente abbassano il rendimento. Il dato più rassicurante non è tecnico, ma mentale. Sinner non è nervoso, non è confuso, non è in discussione con sé stesso. Sa dove intervenire, sa che cosa migliorare, sa che il calendario offre tempo e spazio per lavorare.

Indian Wells viene citato senza illusioni, Miami con fiducia, la terra battuta come banco di prova successivo. E sullo sfondo un obiettivo chiaro, dichiarato senza ossessione: Roland Garros. Non domani, non subito, ma come traguardo strutturale. La vera sfida, paradossalmente, non è per Jannik ma per chi lo osserva. Accettare che anche lui possa attraversare settimane meno brillanti. Accettare che perdere “un paio di partite” non sia un campanello d’allarme, ma parte del ciclo.

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