Giovanni Visconti: “Su Tiberi ho dovuto ricredermi. Ganna alla pari con Van der Poel alla Roubaix”
Dopo aver appeso la bici al chiodo nel 2022, da quest’anno il tre volte campione italiano Giovanni Visconti ricopre il ruolo di talent scout della GreenEDGE Cycling, società di gestione del Team Jayco AlUla. L’ex corridore professionista ha una vasta esperienza nel settore e arricchirà l’importante “Pathway Project” del team. Tra i successi più prestigiosi del 42enne siciliano spiccano i tre titoli italiani, due tappe al Giro d’Italia del 2015, un Giro dell’Emilia, un Giro di Toscana, una Coppa Agostoni, un Trofeo Melinda, oltre ad aver conquistato per tre anni consecutivi, dal 2009 al 2011, la classifica dell’Uci Europe Tour. Un campione che forse avrebbe potuto vincere di più, ma che è sempre stato apprezzato nelle squadre in cui ha militato e che anche in appoggio di grandi campioni ha svolto un grande lavoro.
Giovanni, come va in questo nuovo ruolo di talent scout?
“Bene, mi piace. Secondo me il motore del ciclismo sono i giovani. E’ un bel lavoro, bisogna prenderci un po’ la mano per capire come muoversi, ma sono felice e mi piace quasi più che fare il direttore sportivo. Penso che questo possa essere un passo importante per me per entrare nel ciclismo professionistico dopo aver smesso”.
Da dove e come è nata l’idea di intraprendere questa strada?
“E’ nata da un contatto che ho avuto con Brent Copeland e insieme abbiamo cercato di capire quale potesse essere il mio ruolo in squadra, anche perché a fine dello scorso anno il Team era già al completo di personale. Lo stesso Copeland, rendendosi conto di quanto sia importante un focus mirato sui giovani, ha deciso di coinvolgermi per essere una figura presente alle gare e quindi sul campo per andare a fare uno scouting mirato sui giovani; per conoscerli meglio sia come corridori ma soprattutto come uomini”.
Lavorerai solo con gli uomini o anche con le donne?
“Al momento solo con gli uomini, però non mi dispiacerebbe in futuro lavorare anche con il mondo del ciclismo femminile che è in continua evoluzione e sta acquisendo sempre più importanza”.
Continuerai ad essere voce tecnica per la Rai?
“Non mi precluso niente, se mi chiameranno sarò felice di andare”.
Dei tuoi tre titoli italiani, quale ricordi con più affetto?
“Il primo Campionato Italiano, perché ero il giovane che poteva crescere in prospettiva. Avevo Bettini in maglia QuickStep come gregario, è stato un finale stupendo al fianco di Davide Rebellin”.
Per anni si è detto che saresti diventato il nuovo Bettini…
“Sì, anche lo stesso Bettini lo pensava, ma la verità è che di Bettini ce n’é solo uno. Ero giovane, ero forte e stavo rispettando ciò che la gran parte della gente si aspettava”.
E poi?
“La verità? Essendo cresciuto fuori casa sin da piccolo, nella mia carriera ho sempre preferito una squadra un po’ più “familiare” e quando ho trovato persone a San Baronto che mi hanno accolto come se fossi un figlio, sentivo di aver trovato il mio posto nel mondo, dove ero “coccolato”. Quando ho rescisso il contratto con la Quick Step ho dovuto pagare una penale e anche lo stesso Bettini non l’aveva presa benissimo. Ad oggi, col senno del poi, mi sento di dire che probabilmente se non avessi interrotto la mia carriera con quella che era una delle squadre più forti al mondo, forse alcune cose sarebbero andate diversamente, ma non ho rimpianti, sono felice così”.
Cosa ti è mancato per essere protagonista nelle Classiche del Nord, nonostante avessi una buona predisposizione?
“Negli anni mi sono reso conto di non essere mai al top della condizione fino all’arrivo del caldo, vedevo più adatte a me corse come il Lombardia dove però ho sempre corso da gregario”.
Chi vedi come favorito al Giro?
“Roglic e Ayuso li vedo entrambi bene, ma vedo lo sloveno leggermente più favorito per l’esperienza che ha e quindi anche un po’ più resistente a livello mentale rispetto ad Ayuso che è più giovane”.
Cosa ti aspetti al Giro da Antonio Tiberi e Giulio Ciccone?
“Su Tiberi mi devo ricredere perché non lo vedevo ancora da podio, ma dopo il Giro d’Italia dello scorso anno penso che possa ambire al terzo posto. Non lo vedo al pari di Roglic e Ayuso, ma il podio può essere alla sua portata. Su Ciccone penso che gli converrebbe fare un Giro puntato alle tappe e alla maglia di miglior scalatore, per poi magari ritrovarsi comunque in una buona posizione in classifica generale”.
Giulio Pellizzari, dopo il passaggio in Red Bull, parteciperà a corse di una settimana come Catalogna, Paesi Baschi e Giro di Svizzera, prima della Vuelta. Pensi che per il primo anno possa essere un buon calendario?
“Assolutamente sì. Giulio mi piace molto come corridore e ho visto il grande talento che è anche a livello di testa avendo corso con lui durante il mio ultimo anno in Bardiani. Pellizzari mi ricorda tanto Scarponi nei modi di fare, sempre sorridente e che non si abbatte davanti alle sconfitte e questo in una carriera può essere un grande valore aggiunto. E’ un buon calendario quello che la sua squadra gli sta facendo fare, per poi essere un punto di riferimento nei Grandi Giri i prossimi anni”.
Con il Vingegaard attuale, pensi che Pogacar sarà ancora senza rivali al Tour de France?
“Vingegaard si fa sempre trovare pronto negli appuntamenti che si è prefissato. Non è assolutamente da escludere, anzi, ma questo suo stare a “profilo basso” potrebbe anche essere una tattica, visto la grande dominanza di Pogacar”.
Ganna ha qualche chance di vincere la Parigi-Roubaix oppure Van der Poel è fuori portata?
“Ganna può vincere la Roubaix. Può vincerla perché non c’è salita ed è un corridore adattissimo a questo tipo di Classiche, in corse più dure poi rischia un po’ di perdere qualcosa sul finale. Fa benissimo a testarsi e a provare anche corse un po’ più complesse rispetto alla Roubaix, corsa nella quale parte alla pari dei grandi favoriti e non ha nulla da invidiare a Van der Poel”.