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Il cervignanese Mauro Mezzaroma: «Mio padre in Ucraina nascosto in un pozzo per evitare le bombe»

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CERVIGNANO Un’altra famiglia divisa tra Italia e Ucraina dalla guerra. Un figlio che attende ogni giorno, con il fiato sospeso, la telefonata del padre per sapere se i suoi cari stanno bene. Sono giornate che sembrano non finire mai per Mauro Mezzaroma, 53 anni, allenatore e presidente del Rugby Club di Monfalcone, di origini romane ma cervignanese d’adozione. Il padre, Alberto Mezzaroma, 78 anni, risiede, con la moglie Lidia, a circa 30 chilometri a est di Kiev, a Boryspil, in Ucraina, città colpita da un attacco missilistico che ha causato alcuni feriti. «La situazione è terribile – dice Mezzaroma –. Mi sono organizzato per partire da un momento all’altro e andare a prenderli. È impressionante quanto sta succedendo. Mio padre e Lidia, anni fa, si sono trasferiti in Ucraina e hanno acquistato una casa a Boryspil. Lidia ha due figlie e tre nipotine. Vivevano una vita felice e tranquilla, e ora rischiano la vita ogni giorno. Per ora a Boryspil non ci sono stati bombardamenti ma sentono spesso esplosioni in lontananza e sanno che i soldati russi potrebbero arrivare da un momento all’altro. Ci sentiamo tutti i giorni e ogni volta che riesco a parlare con mio padre è un sollievo perché so che sta bene».

La famiglia di Alberto Mezzaroma, a Boryspil, la sera deve rispettare l’oscuramento. Si sentono spesso le sirene, un suono angosciante che avverte i cittadini di trovare un riparo. «In casa ora sono in otto, hanno deciso di stare tutti vicini in questi momenti drammatici. Erano in nove prima che il marito di una delle due figlie di Lidia fosse richiamato nella Protezione civile. C’è anche la mamma di Lidia. Quando suona l’allarme scendono in un pozzo largo un paio di metri, scavato in giardino, attrezzato al meglio ma è difficile rimanerci più di un paio d’ore. Mio padre è nato a Roma, nel quartiere di San Lorenzo Fuori le Mura, pochi mesi dopo il famigerato bombardamento. Per lui le lancette della storia hanno fatto un balzo indietro di quasi 80 anni, ma in realtà questo vale anche per tutti noi, visto che siamo coinvolti emotivamente in una situazione che avevamo conosciuto solo attraverso i racconti dei nostri nonni».

La voce di Mauro è rotta dall’emozione: «L’altra sera ho chiamato mio padre, in quel momento stavano per scendere nel pozzo. Il cuore ha iniziato a battermi forte. Raggiungere l’Italia è troppo pericoloso. C’è un trenino locale, che collega la città a Kiev ma non è sicuro salire. Il rischio, in mezzo alla calca e al panico generale, è di essere separati. Mio padre ha provato più volte a mettersi in contatto con l’ambasciata italiana in Ucraina e con l’Unità di Crisi del Ministero degli Esteri: impossibile parlare con qualcuno» —

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