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Il calcio italiano allo specchio: tra passato oscuro e presente imbarazzante

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Il calcio italiano è ormai alla frutta. Un sistema che, nel corso della sua storia recente, ha già conosciuto scandali e vergogne: da Calciopoli a Passaportopoli, fino al calcioscommesse degli anni Ottanta. Oggi, a quelle pagine nere, si aggiunge un’altra forma di decadenza: quella tecnica, culturale e arbitrale.

Sul piano del gioco, la Serie A è diventata uno spettacolo modesto, spesso anacronistico, dominato da tatticismi esasperati e da un turn over di giocatori e allenatori che somiglia più a un “cimitero degli elefanti” che a un campionato competitivo. Ma ciò che inquieta ancor di più è la crisi di credibilità di chi dirige le partite.

L’episodio di questa sera — il rigore assegnato al Milan contro la Fiorentina — ne è l’ennesima prova. Un rigore che non c’era, e che non avrebbe mai dovuto essere concesso. Ma il vero scandalo è la dinamica: il VAR è intervenuto su una situazione da campo, senza alcuna evidenza chiara né errore manifesto.

La domanda, allora, sorge spontanea: perché richiamare l’arbitro al monitor? Quale necessità tecnica lo giustifica?
Una spiegazione, forse, ci sarebbe. Ma preferiamo non pensarla. O meglio: preferiremmo non pensare ancora più male di quanto, purtroppo, siamo già costretti a fare.

Un calcio che non riesce a rinnovarsi, che non sa più far divertire e che, persino con la tecnologia, riesce a complicarsi la vita: questo è oggi il calcio italiano. E finché non troverà il coraggio di guardarsi allo specchio, continuerà a scivolare verso la mediocrità.

E. L.

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