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L’EDITORIALE – Il campo non è per tutte: la scommessa dell’Union Berlino sfida la natura

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di Vincenzo Letizia

C’è un confine sottile, quasi invisibile, che per decenni ha separato i mondi del calcio maschile e femminile. Un confine fatto di fisicità, di codici comportamentali e di quel “sentire” comune che si respira solo all’interno di uno spogliatoio. L’ufficialità di Marie-Louise Eta alla guida dell’Union Berlino non è solo una notizia di cronaca sportiva; è lo strappo definitivo a quel velo, una “svolta storica” che ci costringe a chiederci se stiamo davvero migliorando lo sport o se stiamo semplicemente forzando la mano alla natura.

​Chi scrive appartiene a una generazione cresciuta con la distinzione netta: a scuola c’erano le classi dei maschi e quelle delle femmine. Non era misoginia — una parola oggi usata troppo spesso come clava — ma il riconoscimento di una diversità che è ricchezza. Eravamo figli di un’epoca in cui la donna faceva la donna e l’uomo faceva l’uomo. Oggi, questo continuo “miscuglio” di generi e compiti, questa pretesa di neutralità a tutti i costi, sembra più un guasto sociale che un reale progresso.

​La donna possiede caratteristiche naturali meravigliose, un’intelligenza emotiva e una sensibilità che l’uomo non potrà mai replicare. Ma il calcio maschile ai massimi livelli è, e resta, un ecosistema basato sulla forza fisica, sull’impatto e su una tensione che spesso sfocia nel confronto brutale. Ex calciatori e allenatori raccontano di spogliatoi che, dopo una sconfitta bruciante, diventano arene dove si arriva persino alle mani per ristabilire gerarchie e scaricare l’adrenalina. Immaginare una figura femminile in mezzo a queste “tarantelle” appare non solo difficile, ma quasi surreale. Quali dinamiche si innescherebbero? Quale equilibrio verrebbe sacrificato sull’altare del politicamente corretto?

​Dopo aver visto arbitri donna che, salvo rarissime eccezioni, hanno faticato enormemente a imporsi per autorità e visione atletica, questa nuova frontiera dell’allenatrice sembra un’ulteriore forzatura. Molti, nel chiuso delle conversazioni private, storceranno il naso, pur non avendo il coraggio di scriverlo. La realtà è che il calcio è un rito che ha le sue radici in una mascolinità specifica. Cambiarne i connotati in nome di un’uguaglianza che non tiene conto delle differenze biologiche e caratteriali rischia di regalarci solo un gioco meno autentico.

​Certo, il tempo dirà se Marie-Louise Eta sarà l’eccezione che conferma la regola. Ma per chi crede ancora che ogni ruolo abbia una sua naturale collocazione, questa resta una pagina di sport che avremmo preferito non leggere.

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