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Lui è juventino ma il suo cuore è neroverde: così Luciano ha scoperto la vera storia del Pordenone calcio

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PORDENONE. Alzi la mano chi sapeva che in città, all’angolo tra viale Libertà e via Fonda, c’è un museo del Pordenone calcio. E sapete come si chiamava la società all’atto della sua fondazione? Sport Club Internazionale. Bene, se state sgranando gli occhi, sappiate che non è finita qui, perché a scoprirlo è stato... uno juventino doc.

Il Pordenone nacque “Internazionale”: a scoprirlo uno storico tifoso juventino foto da Quotidiani localiQuotidiani locali

La stanza del tesoro. Tutto vero, e ora ve lo spieghiamo. Innanzitutto va detto che il “museo” non è un luogo aperto al pubblico. È una casa privata, precisamente quella di Luciano Mazzon, 93 anni compiuti a luglio e portati in modo incredibile. Calciatore mancato ed ex arbitro, negli ultimi trent’anni si è dedicato a un’accurata raccolta di documenti sulla storia del Pordenone calcio. Dopo la pensione (lavorava alla società dei telefoni, prima Telve, poi Sip), quando l’amico Sante Bongiorno diventò presidente dei ramarri, primi anni 90, iniziò una minuziosa e infaticabile ricerca nei luoghi storici della società e nelle biblioteche di tutta le regione. Il frutto di tali fatiche – «sostenute con piacere, senza l’aiuto economico di nessuno», tiene a precisare – è un intero scaffale nella sua camera da letto, ripiani affollati di faldoni suddivisi per anni, stagioni, campionati: un vero tesoro di dati, informazioni, personaggi, fotografie d’epoca, aneddoti e curiosità.

Luciano ci ha aperto le porte quando gli abbiamo chiesto di aiutarci a celebrare sulle pagine del Messaggero Veneto i cent’anni del Pordenone. Entrati nella sua casa un po’ buia, dove vive solo (è vedovo da cinque anni, i due figli naturalmente hanno la loro vita) abbiamo scoperto un luogo magico man mano che il padrone di casa accendeva le luci: l’ingresso è addobbato di targhe ricordo del suo lavoro e dell’attività di arbitro. In fondo al corridoio campeggia un meraviglioso telefono d’epoca a manovella. E poi eccoci nella stanza del tesoro neroverde.

L’inter nel destino. Gli chiediamo subito di raccontarci la nascita della società, e spunta quel documento, intestato allo “Sporting Club Internazionale”, protocollato dal Comune di Pordenone. E la sorpresa lascia subito spazio al ricordo di quella magica notte del 12 dicembre 2017, Inter-Pordenone a San Siro, il club milanese che supera il turno in Coppa Italia solo ai rigori: sì, un secolo fa le due società avevano lo stesso nome.

Il mistero svelato. Abbiamo contattato Luciano Mazzon in particolare per svelare un mistero. Secondo il giornale d’epoca “La Patria del Friuli”, la nascita del sodalizio pordenonese avvenne nel corso di un’“assemblea dei soci nella sala delle Quattro Corone”. Volevamo scoprire di che luogo si trattasse e Luciano, forte dei suoi faldoni traboccanti di documenti e foto, gran parte delle quali incorniciate di neroverde e abbellite col simbolo della società, tutto rigorosamente fatto a mano con carta, forbici e colla, ci ha risposto in un attimo: «Le Quattro Corone erano un locale in Contrada maggiore, all’angolo con via Cesare Battisti. Era un bar, forse una locanda. Fatto sta che aveva un’ampia sala e l’aveva messa a disposizione dei fondatori di quello che sarebbe diventato il Pordenone calcio».

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Cirielli, Cesarini e Zanussi. E a quel punto, via a un susseguirsi di ricordi e aneddoti. «Pur essendo juventino – ha detto Mazzon – ho sempre seguito la squadra della mia città. Quella che ho amato di più? La formazione del 1958-’59 guidata da Renato Cesarini, “prestato” dalla Juve grazie ai buoni uffici del presidente di allora, il professor Cirielli, che aveva sposato una nobildonna imparentata con gli Agnelli. Quel gruppo arrivò ultimo, ma era fatto di giovani ed era stato ripescato in serie C. Cesarini trattava i suoi ragazzi come un padre. Il periodo più florido? Quello del binomio Giulio Locatelli-Guido Zanussi, grandi imprenditori pordenonesi. Il mio sogno? Un Pordenone calcio tranquillo economicamente e definitivamente stabile come società. Ma affinché ciò si verifichi è assolutamente indispensabile avere una casa propria. Senza stadio non si può stare».

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