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Un anno di passione per la Pontese calcio Poi la promozione sfuma per una distrazione

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Alla domenica, per il più piccolo dei tre fratelli Serena, era obbligatorio fare quattro cose indispensabili: il bagno dentro la tinozza, andare a messa, i compiti scolastici e al pomeriggio vedere la Pontese calcio, quando la partita si giocava in casa.

Le prime tre attività non erano le mie preferite e la quarta non solo invece era uno spettacolo, ma mi stava facendo toccare il massimo della felicità, quella che può raggiungere un ragazzo quando la sua squadra del cuore si trovava prima in classifica, benché alla pari con un’altra.

Alla domenica, quando la Pontese non giocava in casa, seguivo anche il “Calcio minuto per minuto” e qualche anno prima avevo lasciato il mio primo amore della Fiorentina per il Talmone Torino, con quella grande lettera “T”, che il Toro portava sulle maglie per pubblicizzare una ditta torinese che produceva cioccolata.

Il tradimento avvenne anche per amore di questa leccornia, perché il parroco, visto il non bel periodo che la nostra famiglia stava passando, e sicuramente tifoso del Toro, ci aveva regalato, insieme a tante altre belle e buone cose, anche un po’ di quella marca di cioccolata.

Poco tempo dopo scomparve quella lettera “ T” dalle maglie del Toro, ma rimase quella grande squadra che comunque veniva sempre dopo la Pontese, perché i miei veri campioni erano loro, che durante la settimana lavoravano come artigiani, operai o impiegati mentre nel frattempo facevano anche i padri o gli scapoli eternamente innamorati e alla domenica ci facevano divertire e sognare con quelle reti spettacolari e quelle parate miracolose.

Loro erano i miei veri eroi, gli altri i professionisti del calcio rimanevano delle figurine da incollare sugli album e poi quelli della Pontese li potevi vedere e toccare quando volevi e a volte capitava anche di parlare con qualcuno di loro per le strade di Pont o al bar Cena.

In quel campionato di calcio di Terza categoria i giocatori della Pontese erano al comando con la squadra del Loranzè, un paese vicino ad Ivrea, con tanto di nebbia e di gente ostile e brutta, così come avevo sentito dire da tanti pontesi nella settimana che precedeva l’incontro.

Era un campionato molto bello e le due squadre si trovavano a pari punti, erano quattordici, e se la Pontese avesse vinto anche questa partita avrebbe fatto sedici.

In quella giornata di festa, il bagno e i compiti passarono veloci e alla messa delle nove e mezza, tra i banchi non si parlava d’altro che della partita del pomeriggio «Per me segneranno i fratelli Peracchio», «Leonardo e Renzo, una rete a testa», sentivo dire sottovoce dai compagni nel banco dietro al mio, mentre iniziava la celebrazione.

Quando il gestore della parrocchia iniziò la predica, fra di noi si stava discutendo animosamente sulla formazione e c’erano dubbi sul portiere, Davide Leone, perché la domenica prima si era fatto male e non lo si era più visto in giro per il paese, ma c’erano buone speranze che fosse presente.

I nomi che saltavano fuori erano i seguenti, in difesa, oltre al portiere, c’era Tarcisio Costa Laia, Renato Brogliatti “terzini di ferro”, Gianfranco Boetto, detto Giangia, Carluccio Perono “il capitano”, Giovanni Truffa Giachet e poi all’attacco Fulvio Albertan Min, Renzo Peracchio, Leonardo Peracchio, Delio Basso e Aldo Bortot, detto “Bini”, un oriundo di Rivara .

Al momento della comunione, si stabilì che avremmo dovuto assolutamente vincere per staccare il Loranzè e allora non solo San Costanzo, ma tutti i santi che ci venivano in testa furono contattati per dar man forza alla Pontese, meno San Firmino che era il santo patrono di quel paese.

Sul sagrato della chiesa, al termine della messa, iniziarono le scommesse sul punteggio, chi diceva tre o quattro a zero per noi e chi cinque a uno, ma nessuno si sognava di puntare sul Loranzè, nemmeno sul pareggio, anche se purtroppo in quel pomeriggio della domenica del 16 dicembre ’62 la partita fini a reti inviolate, con un tiepido 0-0.

Sicuramente c’era la mano di quei due, San Costanzo e San Firmino, che per non primeggiare fra di loro, avevano concordato un risultato di parità ed avevano fatto sbagliare anche un goal “già fatto” a Fulvio Albertan Min, che trovandosi solo davanti al portiere calciava alle stelle.

Passarono i mesi e le stagioni e arrivò la fatidica domenica del 12 maggio 1963, quella dell’ultima partita di campionato con la situazione che in classifica vedeva in testa la Pontese con 27 punti e il Loranzè, che seguiva a ruota con 26 punti e sarebbe bastato stavolta anche soltanto pareggiare per vincere il campionato.

Il pullman partiva verso le tredici da Piazza Craveri, davanti al bar Cena e quel giorno avevo mangiato soltanto due mele cotte, tanta era l’ansia di partire per quell’avventura e per la prima volta viaggiavo senza genitori verso un paese lontano.

Oltre cinquanta persone salirono su quel mezzo pieno di speranze, che viaggiava tra canti ed urla e in tutti noi c’era una unica certezza, che si chiamava Vittoria, come mia cugina di Salassa.

Alle ore 15 precise ci fu il fischio d’inizio dell’arbitro e subito avvenne un miracolo, perché un pallone rocambolesco finì nell’area dei nostri rivali e Leonardo Peracchio fu svelto ad infilarlo in rete, ma loro purtroppo pareggiavano dopo pochi minuti.

La Pontese ritornava in vantaggio con un rigore di Renzo Peracchio, ma di nuovo il Loranzè pareggiava i conti e avanti cosi fino alla metà del secondo tempo quando avvenne la tragedia e il povero Davide Leone dovette abbassare la “cresta” altre due volte e così finirono i miracoli. In quei momenti indescrivibili dove la bolgia della folla era tale che non si capiva più nulla e il tifo da entrambe le parti saliva alle stelle, arrivarono altre due reti per il Loranzè, che così vinceva il campionato con un punto davanti alla Pontese.

Sicuramente San Costanzo e San Firmino avevano stretto degli accordi interni, ma stavolta il Nostro si era fatto fregare sul due a due, quando, fidandosi dell’amico con cui aveva concordato il pareggio era andato a prendersi un caffè con San Pietro e aveva sul serio ragione mia nonna quando diceva che non bisognava mai fidarsi di nessuno, neanche dei santi, soprattutto se sono di parte. —

alberto serena

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