Notizie

Libreria – “I quattro Gianni” di Giuseppe Smorto: cronache, memorie e genialità del giornalismo italiano

0 3

di Antonio De Florio Palopoli

Con Gianni Clerici ho condiviso più di una cena e un po’ di filosofia lungo i vialetti di Wimbledon. Gianni Brera l’ho incontrato una sola volta su un pullman che dall’albergo al centro di Londra portava allo stadio di Wembley per un’amichevole della Nazionale, dove giocava Capello. Con lui ho condiviso un Messaggero, vecchio di un giorno: “Ti spiace – mi disse, mentre sfogliavo il giornale – se do un’occhiata all’oroscopo di Branko? Lo trovo imperdibile…”.

Il terzo Gianni, Mura, l’ho solo letto e un suo pezzo attaccava così:
“Le api operaie possono finire in cassa integrazione? È possibile privatizzare il debito pubblico? Se vado dove mi porta il cuore rischio l’infarto? (…) È possibile cominciare un pezzo con 15 domande?”

All’esame per diventare giornalista professionista Gianni Mura probabilmente sarebbe stato bocciato per i suoi dubbi amletici, ma lui era qualcosa di più. Un “intramontabile”, avrebbe detto Gianni Brera, inventore di una lingua del calcio, con cui condivideva la passione della buona cucina, dell’ottimo vino e tantissimi libri.

Chi non amava l’alta cucina ma riusciva a mettere assieme nello stesso tavolo di un ristorante di Trastevere Cassius Clay, Robert De Niro, Sergio Leone e il Nobel Gabriel García Márquez per una chiacchierata-intervista è il quarto Gianni, Minà, a cui qualsiasi giornalista avrebbe voluto rubare l’agendina. Diego Armando Maradona, prima di morire, telefonò a lui e non a un cronista argentino, per chiedere aiuto.

“I quattro Gianni” – è il titolo del libro, edizione Minerva – hanno trovato un autore, Giuseppe Smorto, partito da Reggio Calabria con la vaga idea di fare lo psicologo e dopo una borsa di studio si è ritrovato nell’avventura più bella della sua vita: coordinare il lavoro di questi quattro personaggi fuoriclasse, che poi sono diventati suoi grandi amici.

Smorto sulla sua strada trovò un altro mezzo calabrese, Eugenio Scalfari (il padre era di Monteleone, l’attuale Vibo Valentia), che quando fondò Repubblica nel 1976 scelse deliberatamente di farlo senza lo sport e senza foto. Per fortuna l’uomo che cambiò il giornalismo italiano qualche anno dopo cambiò anche idea, con una redazione sportiva di quattro gatti, vicino alla stanza dei dimafonisti – altra categoria estinta nei giornali – che con una cuffia e un disco davanti raccoglievano i pezzi dettati di corsa dagli inviati e dai corrispondenti, per spedirli con la velocità di un fulmine in tipografia.

Giuseppe Smorto era uno della prima infornata. E da praticante è diventato poi capo dello sport, dopo Mario Sconcerti, geniale osservatore del calcio, che convinse Gianni Brera a lasciare il Giornale dopo essere stato, a 31 anni, direttore della Gazzetta dello Sport, per la neo-redazione sportiva di Repubblica, che nei primi anni non usciva neanche il lunedì, ignorando i campionati di calcio.

Per 233 pagine scorre la vita dei quattro Gianni, un romanzo con tante piccole perle. Clerici si trova in Australia, in un ristorante italiano, con il suo inseparabile amico e conduttore televisivo Rino Tommasi. “Vedono da lontano – racconta Smorto –, in una specie di privé, Andre Agassi e Steffi Graf che si scambiano effusioni a lume di candela. Gianni chiede consiglio a Tommasi: “Sono molto combattuto, devo scriverlo o no? Sarebbe uno scoop sensazionale: ne parlerebbero tutti i giornali del mondo.” Tommasi gli risponde: “Io non lo farei, sarebbe giornalismo da sciacalli.”
Aggiunge l’autore: “Agassi e Steffi Graf furono lasciati in pace e vivono felici e contenti. Immaginate cosa succederebbe oggi.”

Clerici è imprevedibile. Dopo la sconfitta di Federer nella finale dell’Australian Open a opera di Nadal, con cui piangerà mano nella mano il giorno dell’addio al tennis, Gianni regala a Roger L’interpretazione dei sogni di Sigmund Freud. Federer qualche anno dopo incontra Clerici e gli porta un altro libro con questa dedica:
“A Gianni Clerici, delizioso raccontatore di tennis e compagno di strada. Con la mia amicizia.”

I quattro personaggi sono a volte poeti, scrittori; Clerici si definisce scriba o “giornattore” e soffre più degli altri il fatto che il mondo della cultura guardi loro con una certa sufficienza perché raccontano storie di sport. Brera è lapidario:
“Lo scrittore può rifare una pagina cento volte, il giornalista è fortunato se può rileggere quanto ha scritto.”
E a Umberto Eco, che lo etichetta “Un Gadda spiegato al popolo”, replica a muso duro:
“Il professor Eco non dà credito ai giornalisti sportivi di aver un minimo di cultura. Quindi merita una sola risposta: Pirla. Essendo molto colto, capirà il dialetto.”

Un altro duello a viso aperto Brera lo ebbe con Carmelo Bene, uomo di teatro, che dalle colonne del Messaggero magnificava la Roma di Falcao. Nicolini, effervescente assessore alla cultura del Comune di Roma, li fece incontrare e poco ci mancò che si arrivasse alle mani.

Minà e Mura – annota Smorto – restarono fuori dalla contesa e quando Brera perse la vita in un incidente stradale, Mura gli dedicò questi versi:

“Ti sia lieve la terra, Gianni Brera
come scrivevi tu per chi va via
e lascia vuoto il posto in osteria
vuoto il posto allo stadio, nella sera”.

Con buona pace di Eco.

Comments

Комментарии для сайта Cackle
Загрузка...

More news:

Read on Sportsweek.org:

Altri sport

Sponsored