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Australian Open, Shelton: “La classifica non sempre riflette il valore reale”

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Di Sabrina Giorgi

Ben Shelton 2002 ha affrontato, in conferenza stampa dopo il suo secondo turno all’Australian Open, alcuni degli argomenti che toccano la nuova generazione di atleti, come la presenza sui social, che diventa sempre di più un requisito fondamentale. Con l’appoggio dell’allenatore e padre in campo e il sostegno dei fan sul suo nuovo canale YouTube, il classe 2002 spiega come riesce ad affrontare ogni partita, anche quando dall’altra parte della rete lo attende il primo al mondo.

D. Ieri è uscito un nuovo episodio sul tuo canale YouTube. Come mai hai deciso di approdare su questa piattaforma? Che accoglienza hai ricevuto e come è andato tutto?
BEN SHELTON: “Ho ricevuto molto aiuto, gran parte del merito non è mio. Ho avuto un team fantastico che ha lavorato al progetto, tra la mia agenzia, la WME (talent agency), e la società di produzione con cui collaboro. Per me è stato piuttosto facile stare seduto a guardare mentre la magia prendeva forma. Ero entusiasta di poter raccontare un po’ la mia storia e far vedere alla gente, specialmente in questo episodio, alcune cose che succedono fuori dal campo, il dietro le quinte nella pausa stagionale, lontano dalla vita dei tornei. Sono molto contento di quello che è venuto fuori“.

D. In un mondo di streamer online che trasmettono ogni secondo della loro vita, quanto vuoi mostrare di te stesso?
SHELTON: “Penso che dipenda, giusto? In certi momenti dico: ‘Ehi, oggi non voglio fare niente’. In altri momenti: ‘Sì, sarebbe davvero fantastico avere una telecamera lì’. Il mio cameraman è un buon amico, è come una mosca sul muro, a volte non ti accorgi nemmeno che è lì. Io non mi rendo nemmeno conto che sta registrando e per me funziona perfettamente così. Se dovessi viaggiare con una troupe numerosa, con un sacco di attrezzature e telecamere grandi, non mi sentirei a mio agio, ma abbiamo trovato un modo per farlo con il minimo numero di persone e ottenere comunque un buon risultato. Ecco perché ho accettato“.

D. In questo Slam hanno avvicinato le panchine degli allenatori ai giocatori. Cosa ne pensi? In generale, parli con il tuo team anche durante la partita o è una cosa tacita?
SHELTON: “Facciamo la maggior parte della preparazione con largo anticipo rispetto alla partita, quindi, non c’è una grande quantità di strategie e coaching durante l’incontro. Piccole correzioni tattiche o tecniche invece sì, penso che abbiamo un sistema abbastanza buono. Il mio allenatore, che è mio padre, mi conosce piuttosto bene e a questo punto abbiamo un rapporto così buono che lui sa più o meno di cosa ho bisogno e quando ne ho bisogno, sa quando è meglio non dire nulla e lasciarmi fare le mie cose e sa quando è necessario dire qualcosa per rimettermi in carreggiata“.

D. Il tuo prossimo match sarà contro Vacherot, che sei mesi fa non avresti mai immaginato potesse essere testa di serie in questo torneo. Cosa ne pensi del risultato che ha ottenuto a Shanghai e cosa questo dimostra del tour? Come lo affronti come avversario?
SHELTON: “Penso che dimostri semplicemente che il tennis è uno sport molto mentale e che la differenza di livello tra i giocatori che partecipano ai challenger e quelli al vertice della classifica mondiale non è enorme. Ho giocato contro di lui in uno dei primi challenger a cui ho partecipato e abbiamo dato vita a una vera e propria battaglia.

Fin dai tempi del college è sempre stato un avversario difficile. Non mi sorprende vederlo nella top 100 e ottenere ottimi risultati nel tour. Ha molte armi a disposizione, credo che sia fisicamente molto forte e un duro avversario, sarà un buon terzo turno. Quindi, non vedo l’ora. È la prima volta che lo incontro nel circuito principale“.

D. In alcuni degli Slam passati hai fatto un salto di qualità, passando dal giocare contro tennisti di un certo livello al trovarti improvvisamente contro Sinner o Alcaraz. Com’è stato questo salto? Cosa hai imparato e, secondo te, su cosa puoi migliorare?
SHELTON: “Dipende. Qui (all’Australian Open) ho sempre avuto incontri difficili al primo turno. Ad esempio, l’anno scorso ho giocato contro Nakashima e quest’anno contro Humbert; sono giocatori che non solo sono molto bravi, ma anche molto pericolosi su un campo in cemento. Ovviamente, man mano che si procede nel torneo, le partite diventano più difficili perché i giocatori sono sempre più in forma, ma credo anche che quando si arriva ai quarti di finale non importa chi si affronta o quale sia la loro posizione in classifica, perché arrivarci a uno Slam significa aver battuto sicuramente alcuni avversari forti e sentirsi abbastanza sicuri del proprio gioco.

Penso che ti imbatta in giocatori ad altissimi livelli, che stanno dando il meglio di sé, e sicuramente ogni incontro è diverso. Poi, passare dai quarti di finale contro un tennista alla semifinale contro Sinner è un problema diverso da affrontare, ma è normale quando sei in tour. Hai così tanti incontri diversi e devi portare qualcosa di diverso in ogni partita“.

D. Pensi che voi tennisti tra le prime posizioni siate tutti più o meno allo stesso livello? Qual è la vera differenza tra voi?
SHELTON: “Per me le classifiche non sempre riflettono la forma attuale o il livello di un giocatore e ho sempre avuto ben chiaro in mente fin da bambino che le classifiche non devono essere una priorità. Ovviamente quando sei nelle categorie juniores la classifica non ha molta importanza, ci sono alcuni incentivi e implicazioni in più nella classifica dell’ATP Tour.

Però per me non conta, molte volte ho giocato contro certi giocatori e non sapevo nemmeno quale fosse la loro posizione in classifica in quel momento. Ho giocato contro Cobolli, che seguivo e che era al 24° posto nella classifica mondiale, ma quel giorno mi è sembrato che fosse un giocatore tra i primi 15. Ci sono tantissimi esempi del genere. Quindi direi che è una cosa a cui presto meno attenzione. Per me è più una questione di occhio clinico e so che, a seconda del torneo e della superficie, quello che otterrei da un determinato giocatore non ha nulla a che vedere con il numero accanto al suo nome“.

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