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Australian Open, Djokovic: “Ho battuto ogni record possibile, ma il tennis è molto di più di quei traguardi”

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Novak Djokovic si appresta a disputare il suo 21esimo Australian Open. A 38 anni, l’ex numero 1 del mondo non deve dimostrare più niente a nessuno. I numeri e le statistiche parlano da soli. 24 Slam, di cui 10 vittorie a Melbourne, e quel sogno di fare 25 che non lo assilla più. Perché il tennis, sostiene Nole, va oltre tutto questo.

Durante la conferenza stampa alla vigilia dell’Happy Slam, Djokovic affronta diversi temi con una lucidità assoluta, tra cui l’addio alla PTPA. Il focus è sempre e solo sul tennis giocato, perché quando sei ancora il numero 4 del mondo ogni discorso che contempli riflessioni sul ritiro è affrettato. Il serbo vuole solamente pensare a fare bene in Australia, match dopo match. Nonostante il problema fisico che gli ha impedito di competere a Adelaide, dichiara di sentirsi pronto e lancia la sfida a Jannik Sinner e Carlos Alcaraz.

D: Novak, bentornato a Melbourne Park. È la 21esima volta che partecipi all’Australian Open e hai vinto 10 titoli. Che cosa c’è di così speciale in Melbourne e nei tifosi qui, che tira fuori il meglio di te?
NOVAK DJOKOVIC: “Buon anno a tutti. È fantastico essere di nuovo qui. La 21esima volta, è incredibile il numero di volte che sono venuto in Australia… Credo che la prima volta che mi sono qualificato per uno Slam sia stata proprio qui, nel 2005, e ho giocato la mia prima sessione serale sul Rod Laver contro Marat Safin, che poi vinse il titolo.
È stato quindi un lungo percorso, ma molto positivo e di grande successo. È stato il mio Slam più vincente e ho sempre amato giocare in Australia. Lo chiamano “Happy Slam” per un motivo.
Siamo tutti motivati a iniziare la stagione nel miglior modo possibile. Ovviamente, per quanto mi riguarda, cerco di non dare per scontata nessuna delle opportunità che mi vengono offerte e, si spera, di tirare fuori il meglio di me stesso in questo torneo”

D: L’anno scorso sei riuscito a ottenere risultati costanti negli Slam, nonostante le difficoltà fisiche che hai dovuto affrontare. Mi chiedevo: considerando che ora hai avuto un po’ di tempo lontano dai campi, sei riuscito a capire a fondo alcune di queste problematiche fisiche? Come ti senti al momento?
NOVAK DJOKOVIC: “Ho concluso la stagione nella prima settimana di novembre, quindi è passato un po’ di tempo dall’ultima volta che ho giocato un torneo ufficiale. Mi sono preso del tempo di pausa e ovviamente ne ho approfittato per ricostruire il mio corpo, perché ho capito che negli ultimi due anni è questo l’aspetto che è cambiato di più per me: serve più tempo per ricostruire, ma anche più tempo per resettare o recuperare.
Purtroppo ho avuto un piccolo contrattempo che mi ha impedito di competere nel torneo di Adelaide. Per questo non sono andato lì, dal punto di vista fisico, ma qui finora sta andando tutto molto bene. Ovviamente ogni giorno c’è sempre qualcosa, qua e là, per me come per tutti, ma in generale mi sento bene e non vedo l’ora di competere”

D: Negli ultimi anni c’è stata molta attenzione verso la tua rincorsa al record del 25esimo Slam. Quanto ti motiva ancora questo obiettivo? È una di quelle cose per cui vai avanti finché non puoi più?
NOVAK DJOKOVIC: “Sì, si è parlato molto del 25esimo, ma io cerco di concentrarmi su ciò che ho già ottenuto, non su quello che potrei ottenere. Spero che arrivi anche quello, ma 24 non è affatto un brutto numero. Devo apprezzarlo e ricordarmi la carriera straordinaria che ho avuto. E anche alleggerire un po’ di quella pressione inutile. Ovviamente pressione e aspettative ci sono sempre, ma non credo che per me sia necessario spingermi verso una mentalità del tipo “o adesso o mai più”, “tutto o niente”. Non la sento necessaria e, anzi, non mi permette di eccellere e di rendere al meglio. Sono semplicemente grato di avere un’altra opportunità, soprattutto qui, in un posto dove ho vinto 10 titoli del Grande Slam e dove sono sempre andato bene, arrivando spesso alle fasi finali. Anche negli ultimi anni: semifinali nel 2024 e nel 2025. L’anno scorso ho ottenuto una grande vittoria contro Carlos nei quarti.
So che quando sono in salute, quando riesco a mettere insieme tutti i pezzi del puzzle in una determinata giornata, sento di poter battere chiunque. Se non avessi questa fiducia e convinzione in me stesso, non sarei qui, di certo non sarei seduto a parlare con voi né a competere.
Ho ancora la motivazione e, naturalmente, so che in questo momento Sinner e Alcaraz stanno giocando a un livello diverso rispetto a tutti gli altri. Questo è un dato di fatto, ma non significa che nessun altro abbia una possibilità. Io credo sempre nelle mie chance, in qualsiasi torneo, e in particolare qui”

D: Bentornato. Tutti sappiamo quanti titoli hai vinto e quante delle migliori partite della tua carriera hai giocato. Spesso sentiamo gli atleti, quando si ritirano o quando si avvicinano alla fine della carriera, parlare più delle sconfitte che delle vittorie. Mi chiedevo se ci siano partite o momenti a cui ripensi come a delle occasioni perse
NOVAK DJOKOVIC: “Hai detto atleti o tennisti?”

D: Atleti in generale, spesso li si sente parlare delle occasioni mancate
NOVAK DJOKOVIC: “Non so se sarei d’accordo con questo, perché credo che ci sia una divisione. C’è un gruppo di atleti che magari ha dei rimpianti, perché non ha raggiunto certi risultati o determinati obiettivi e forse prova un po’ di frustrazione per questo. Ma poi c’è anche un grande gruppo di atleti – almeno quelli a cui io guardavo o che ascoltavo quando parlavano al momento del ritiro – che elogiavano la propria carriera ed erano molto felici e riconoscenti per ciò che avevano ottenuto.
È tutta una questione di prospettiva, ovviamente. È uno sport individuale, quindi estremamente competitivo. Io sono l’ultima persona che dovrebbe lamentarsi o avere rimpianti. Ho praticamente battuto ogni record che c’era da battere in questo sport e sono eternamente grato al tennis per avermi dato l’opportunità di viaggiare per il mondo e di vivere davvero il mio sogno, perché questo è il mio sogno. E, a dire il vero, lo sto ancora vivendo. Certo, i traguardi raggiunti sono una delle motivazioni più forti che si possano avere, una sorta di stella polare, ma non sono l’unica motivazione.
Ci sono la passione e l’amore per il gioco, l’interazione con le persone, l’energia che senti quando entri in campo. Quella scarica di adrenalina è quasi come una droga, a essere onesti.
Penso che molti grandi atleti di sport diversi possano riconoscersi in questo. Almeno io li ho sentiti parlare proprio di questa sensazione: è così coinvolgente la sensazione della competizione. Mi viene chiesto spesso quando arriverà la fine per me, ma non voglio parlarne o pensarci adesso, perché sono qui, sto competendo. Quando quel momento arriverà e maturerà nella mia testa, lo condividerò con voi e allora potremo tutti discutere del tour d’addio.
Ma in questo momento sono ancora numero 4 del mondo, competo ancora al massimo livello e sento che non c’è alcun bisogno di spostare l’attenzione su quel tipo di discorso”

D: Come persona che ha sempre avuto opinioni molto forti sul funzionamento di questo sport, in che modo pensi di poter esercitare ancora un’influenza in futuro, ora che non fai più parte della PTPA? E quanto è stata difficile la decisione di separartene?
NOVAK DJOKOVIC: “È stata dura, a essere onesti, perché sono uno dei due cofondatori della PTPA, che era un’organizzazione no-profit, insieme a Vasek. Sia Vasek che io abbiamo messo tantissimo cuore, anima ed energia nella fondazione della PTPA nel 2020, quando è stata ufficialmente creata, ma per me ci sono voluti anni prima: ci avevo provato diverse volte anche in precedenza senza riuscirci. Poi, ovviamente, grazie alla dedizione e all’energia incredibile di Vasek, siamo riusciti a realizzarla. Fin dal primo giorno la missione era chiara: cercare di creare un’associazione che desse una voce più forte ai giocatori e che potesse contribuire ad ampliare il numero di giocatori in grado di vivere di questo sport, a tutti i livelli. In particolare il primo e il secondo livello del tennis professionistico, perché ci sono migliaia di giocatori in tutto il mondo. Noi siamo qui a parlare di assegni da milioni di dollari per i vincitori, ma non parliamo del livello di base: è lì che la battaglia è reale.
Questa era la mia intenzione personale nel 2020, quando l’abbiamo fondata. All’epoca ero numero 1 del mondo. Ho sempre cercato di usare la mia voce, la mia piattaforma e la mia influenza per qualcosa di positivo, ogni volta che potevo, dando spazio ai giocatori di bassa classifica e facendo sentire le loro voci, le loro difficoltà e le loro sfide. Facevo parte del consiglio dei giocatori dell’ATP; ne sono stato presidente per quattro o cinque anni, credo. So come funziona il sistema e continuo a pensare che il sistema ci stia deludendo e che debba cambiare, sia nella struttura sia nel modo in cui è organizzato e guidato.
È stata una decisione difficile uscire dalla PTPA, ma ho dovuto farlo perché sentivo che il mio nome veniva usato, anzi abusato, praticamente in ogni articolo o canale di comunicazione. Avevo l’impressione che, quando la gente pensava alla PTPA, la considerasse come una mia organizzazione, il che è sbagliato fin dall’inizio. Doveva essere l’organizzazione di tutti i giocatori, uomini e donne. Inoltre non mi piaceva la direzione che la leadership stava prendendo all’interno della PTPA, e così ho deciso di fare un passo indietro. Questo significa che non sostengo più la PTPA? No. Continuo ad augurare loro il meglio, perché credo che ci sia spazio e bisogno di un’organizzazione di rappresentanza composta al 100% da giocatori nel nostro ecosistema.
Per quanto riguarda anche la causa legale, quella di Miami dello scorso marzo, in parte sono uscito anche per questo, perché non ero d’accordo con tutto ciò che vi era contenuto e ho deciso di non essere uno dei giocatori querelanti. Questa è stata un’altra ragione importante.
È andata così. Come ho detto, spero che continuino a esistere, a crescere, a svilupparsi. Spero che i giocatori riescano a riconoscere la visione che la PTPA ha e che questa visione sia chiara per chi è ancora alla sua guida. Io non la vedo più così chiara come lo era nel 2020, ma vedremo cosa succederà”

D: Dicevi che i primi due giocatori al mondo sono molto distanti da tutti gli altri, ma negli Slam lo scorso anno tu sei stato probabilmente il più vicino rispetto a chiunque altro. Sulla carta è sorprendente, perché hai 38 anni: non si penserebbe che tu sia il principale inseguitore di questi ragazzi. Che cosa pensi di avere ancora che ti rende competitivo, e che cosa manca invece a tutti gli altri, sotto di voi tre, per avvicinarsi a loro?
NOVAK DJOKOVIC: “A dire il vero non so cosa manchi agli altri. Posso parlare per me stesso. Mi manca un po’ di “benzina” nelle gambe, onestamente, per riuscire a competere con questi ragazzi nelle fasi finali di uno Slam. Ma sto sicuramente dando il massimo, come ho fatto nel 2025, e penso di aver fatto molto bene e di averli messi alla prova nel loro percorso verso il titolo. Ho perso tre Slam su quattro contro Sinner o Alcaraz. Non c’è bisogno di elogiarli troppo, sono già stati elogiati abbastanza (sorride). Sappiamo quanto sono forti e meritano assolutamente di essere dove sono. Al momento sono le forze dominanti del tennis maschile. Io sto ancora cercando di restare nel giro. Non tanto in termini di classifica — essere numero 4 senza concentrarmi troppo su quello è comunque ottimo — ma ovviamente sono grato di avere una buona posizione che mi permetta eventualmente di avere tabelloni migliori nei primi turni.
Questo però non cambia il mio approccio agli Slam. So che la mia priorità è prendermi cura del mio corpo e cercare di trattare ogni partita come se fosse una finale, ma allo stesso tempo costruire fiducia e slancio senza spendere energie inutili. E spero di poter andare di nuovo lontano e avere l’occasione di affrontarli. Mi piacerebbe davvero. Mi piacerebbe avere la possibilità di lottare contro uno di loro, o magari contro entrambi, qui. Vedremo se succederà”

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