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Williams in nome del tennis. E di papà (Desalvo)

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Williams in nome del tennis. E di papà (Valentina Desalvo, La Repubblica – Il Venerdì)

Un padre. Il padre. Quante storie nel tennis cominciano così? Suzanne Lenglen, Steffi Graf, Jennifer Capriati, per esempio. Vittime di padri spietati, fanatici, capaci di brutalizzarle e di rovinarle. Nel buon nome della vittoria, certo. Non un’esclusiva del tennis femminile,visto che tutti conoscono le sofferenze di Andre Agassi. L’ossessione di crescere una campionessa, un campione, divora i rapporti, spegne l’infanzia, costringe a diventare quel che un altro, che ami e odierai, ti chiede di essere. Poi ci sono loro, le sorelleWilliams. Qui le relazioni sono più complesse perché le figlie sono due, complici e rivali. Anche Venus e Serena obbediscono alla legge del padre, cresciute come macchine da gioco dal feroce istinto di Richard Williams. Qui il papà, che scommette sul tennis come campo di lotta per l’emancipazione, le trascina e, a suo modo, le esalta. Siete diverse, sarà la vostra condanna, sarà la vostra benedizione. Ovviamente manipola i loro sogni e sceglie per loro. Richard Williams aveva usato la racchetta ma soprattutto aveva imparato a guardare. Durante una finale aveva letto il montepremi: Virginia Ruzici contro Mima Jausovec, Roland Garros 1978, 40 mila dollari alla vincitrice. Così decide, come ha raccontato lui, che lì dovevano starci le sue future creature. Disse alla moglie Oracene: facciamo due figlie femmine, diventeranno le più grandi. Prima Venus, nata nel 1980, e subito dopo Serena, nel 1981. Si può programmare il destino? Richard Williams, dal basso di un ghetto americano pensò che sì, si poteva. La famiglia Williams, la racconta Giorgia Mecca, giornalista innamorata del tennis, nel suo bel libro “Serena e Venus Williams, nel nome del padre“. E quel legame, inesorabile, incolla per sempre Venus e Serena, costrette al confronto continuo, a vivere e a vincere, a farsi accettare, con corpi mai visti nel club riservato alle giocatrici bianche. Insieme e da sole. Il libro di Giorgia Mecca è soprattutto un lessico famigliare di chi ha cambiato la propria storia e quella del tennis. «Io credo» racconta lei «che tutto dipenda dall’ossessione di Richard, e lo dico nel miglior senso del termine, per questo non lo definirei un orco. Le Williams sono cresciute con la consapevolezza dei sacrifici che i loro genitori hanno fatto per provare a farle diventare tenniste. Venus e Serena hanno il desiderio costante di non deludere chi le ha messe al mondo». Nei capitoli del libro, le due sorelle passano dall’imbarazzo e dalla vergogna per il loro fisico prepotente, per il loro stile così fuori norma, quasi barbaro, all’idea che saranno le altre a doverle ammirare per anni. Non conquistano, colpiscono. La forza è con loro. E, poco a poco, vincendo tra i fischi e le offese razziste, si prendono il regno e diventano, per merito loro, un modello nuovo. Venus apre la strada, è la prima afroamericana a diventare la numero uno, ma è Serena che se la intitola per sempre, scrivendoci il suo nome dopo 20 anni di dominio non sempre e solo sportivo. Dal 1999 al 2017, vince 23 Slam (più 14 nel doppio con Venus), resta numero uno per 319 settimane, trionfa, cade, rischia di morire, ritorna, perde la testa, sceglie un allenatore senza il consenso di Richard, veste completi prima improbabili poi quasi glamour, va su tutte le copertine che contano, partecipa ai programmi televisivi più di successo,da Oprah Winfrey ai Kardashian, denuncia, pronuncia qualche frase infelice, si batte contro il gender pay gap e contro il razzismo, si sposa, fa una figlia, torna a giocare, perde, s’infortuna, rivince un torneo, si prepara a una docuserie su Amazon. E, nel 2018, quando Naomi Osaka la batte agli Us Open, è Serena, sconfitta, a difenderla dalla furia del pubblico. Anche per questo Serena piace molto a Giorgia Mecca: «Mi sembra che abbia normalizzato l’idea della caduta. Ha dimostrato paura quando doveva essere coraggiosa, si è lasciata andare all’isteria quando le veniva richiesta calma, nervi saldi, l’atteggiamento che deve avere una campionessa. Si è lasciata travolgere dal panico due volte nel momento meno opportuno, in mondovisione, nel campo di casa sua, quando il pubblico si aspettava il Serena’s Slam (nel 2015) e il 24° titolo (2018). Penso a quanta fatica deve fare ogni volta che scende in campo, con tutta quell’emotività con cui fare i conti».

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