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Ioane resta al Benetton rugby: «Ha deciso la famiglia, amiamo Treviso, la pasta e lo stile di vita»

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TREVISO. In Ghirada da cinque giorni non corre e non gioca nessuno. I Leoni, da mercoledì scorso, sono stati fermati, causa Covid 19. Oggi tamponi per tutti, poi allenamento senza contatto – e ben distanziato – per chi non è positivo (sarebbero 6 i giocatori contagiati). E in assenza di rugby giocato – prossimo match sabato 15 gennaio, contro i Dragons in Challenge, a Monigo, ore 16,15 – tiene ancora banco la conferma di Monty Ioane fino al 2024: un prolungamento di due stagioni, che la dice lunga sulla volontà del Benetton e dei progetti futuri del club, da qui alla prima scadenza del contratto con l’Urc. Il presidente Amerino Zatta e il dg Antonio Pavanello lo considerano un «colpo grosso», e non solo per aver battuto la concorrenza Oltremanica: Wasps, Glasgow Warriors e Cardiff Blues. L’ala è il Leone del momento.

Monty Ioane, come ha festeggiato la notte di Capodanno?

«Molto tranquillamente, sono rimasto a casa con la mia famiglia (la moglie Melisa e le due figliolette Tahira e Azara ndr), aspettando i fuochi d'artificio allo scoccare della mezzanotte».

Lei ha scelto di rimanere a Treviso. Ha colpito la sua dichiarazione di affetto e riconoscenza verso il club. Eppure aveva offerte economicamente forse più allenanti, altrove.

«Per decidere mi sono basato sulla felicità della mia famiglia, sui desideri di mia moglie, sulle nostre prospettive. E certamente anche sui miei obiettivi a lungo termine».

Quanto è stata importante la sua spiritualità, il suo rapporto con l'islamismo?

«Sono ancora abbastanza nuovo di questa religione, ma è una parte importante della nostra famiglia, perché è la religione di mia moglie, ed è stata lei a farmi avvicinare».

La corsa di Parma per fermare Bruno, nell’ultimo derby, è stato visto come un manifesto della sua carriera. E qualcuno ci vede un auspicio per il futuro suo e di Treviso

«A me è venuto assolutamente spontaneo, in quel momento ho pensato solo a raggiungerlo, per non farlo segnare, e mi sono concentrato sulla corsa. Ci sono riuscito, ma purtroppo non siamo riusciti ad evitare la meta... Immagino comunque che ci si possa vedere l’immagine della nostra squadra, un gruppo che non si arrende. E penso soprattutto ad alcune nostre vittorie in questa stagione, che sono maturate solo nel finale della partita».

La squadra non riesce sempre a darle palloni, in quantità e spesso anche in quantità. Lo avverte, per lei è un problema?

«Non posso assolutamente lamentarmi del modo in cui giochiamo. Dico che la mia squadra sa come usarmi e innescarmi nelle diverse situazioni in campo».

Ormai ha quattro stagioni alle spalle con Treviso: perché la squadra continua a soffrire così tanto in trasferta?

«A mio avviso la ritengo una cosa mentale. Ma su questo stiamo lavorando sodo e credo proprio la squadra si stia muovendo nella giusta direzione per risolvere questo problema».

Quali obiettivi si pone con la squadra in questa stagione, Covid premettendo?

«Non ho veri e propri obiettivi. La cosa più importante è dare il mio meglio ogni settimana, quello che mi serve per giocare e dare il mio contributo».

Ha un rimpianto in queste stagioni in maglia Benetton?

«No, nessun rimpianto con la maglia Benetton. Se pure ci sono stati momenti difficili per me, sono sempre stato abituato a prenderli come qualcosa da cui imparare, per migliorarsi e crescere ancora».

Sente spesso lo zio Digby? Qual è il consiglio più prezioso che le ha dato?

«Non parliamo più come prima, negli ultimi tempi, ma mi diceva sempre di lavorare sodo negli allenamenti, uscire dagli spogliatoi e dare il massimo in campo, fino alla fine».

Dica tre cose che ama di Treviso.

«Sicuramente il cibo, la città dove mi piace girare con tutta la famiglia (vive in un appartamento dentro le mura ndr), e poi il vostro stile di vita».

Cosa porterebbe con sé di "trevigiano" in un'isola deserta?

«Mah, diciamo che prenderei la pasta: confesso che farei fatica a stare senza».

E cosa le manca di più, adesso, della sua terra natale e degli antipodi?

«Non posso dire che mi manchi molto, ad essere onesto, in fin dei conti ero arrivato giovanissimo in Europa e ho trascorso due anni in Francia. Certo non vedo la mia famiglia di origine da 3 anni».

Ha già segnato due mete con l'Italia al Sei Nazioni: cosa si aspetta dal prossimo torneo?

«Spero di poter crescere ancora, insieme alla squadra, certamente dobbiamo compiere un salto di qualità a livello collettivo. Dato che stiamo lavorando con Kieran (Crowley, commissario tecnico azzurro da maggio di quest’anno ndr), che mi ha allenato nelle ultime 3-4 stagioni a Treviso, è emozionante perché conosce la maggior parte di noi giocatori e penso impernierà il gioco della squadra sui nostri punti di forza».

La chiamasse il presidente della Federazione Italiana, cosa gli consiglierebbe per rilanciare il rugby italiano?

«Una cosa soltanto: deve far sì che la pratica del rugby venga inclusa in tutte le scuole». ANDREA PASSERINI

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