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EX ROSSAZZURRI – Mascara: “Catania è famiglia, come se avessi vinto 7 scudetti. Morimoto, difese avversarie preoccupate anche quando mangiava l’aglio. Spinesi il più forte con cui abbia mai giocato dentro l’area”

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Riportiamo qualche aneddoto raccontato da Giuseppe Mascara – autentico uomo simbolo del Catania – su quello che è stato lo sviluppo della propria carriera e l’esperienza vissuta da calciatore con maglia del Catania, a Romanzo Calcistico:

“Desideravo smettere di giocare a calcio quando avrei risposto ai giornalisti per rilasciare un’intervista nel ricordo di quello che ho fatto e sono stato. Iniziai il mio percorso di crescita in un paesino di 23mila anime. Fino ad arrivare a calcare i palcoscenici più importanti d’Italia avendo avuto anche la possibilità di giocare col Napoli in Europa. Ricorderò sempre quel campetto di un oratorio a Comiso quando penso al mio percorso. Ho giocato anche tanto in spiaggia nel periodo estivo, questo ha inciso sulla mia tecnica. Quando giocavo lo prendevo come uno sfogo dopo la scuola. Nel pomeriggio ero in strada a giocare, poi sono riuscito ad entrare in questa parrocchia dove si componevano le squadre e si giocava a livello provinciale”.

“Nel momento in cui cominciare a sostenere provini e mi portavano in giro ho un pò creduto che il calcio potesse diventare qualcosa in più di una passione ma non avevo il pensiero fisso. Sapevo che fosse un contesto molto particolare e difficile. Nel momento giusto sono stato anche un pochino fortunato. A 17 anni erano venuti a vedere un ragazzo che giocava nella mia stessa squadra, anche lui di Catania, in quella circostanza il presidente e l’allenatore della Battipagliese invece presero me. In quegli anni ho conosciuto persone meravigliose che mi hanno dato tantissimo sul piano umano. Ero molto chiuso, mi affacciavo da un’altra parte e non era semplice. Ho conosciuto un procuratore che poi è stato mio testimone di nozze, ci confrontavamo spesso”.

Per me Catania è famiglia, lo è stato all’inizio, lo è e lo sarà sempre. Essendo nativo della provincia di Catania sapevo che le aspettative su di me fossero importanti. Città, tifosi e società si sono sempre comportati bene con me ed io mi sentivo in dovere di ricambiare. La società fece un buon lavoro, fu brava a non avere stravolto la squadra salendo di categoria con l’inserimento di tasselli importanti anno dopo anno per cercare di avere un’ossatura importante. Ogni anno si giocava per qualcosa in più rispetto al passato, inserendo calciatori di valore come Gomez, Vargas, Barrientos. Gente che alzava l’asticella. Io è come se avessi vinto 7 scudetti a Catania, basta vedere le rose competitive di allora in Serie A”.

“Luciano Gaucci? Il ‘big boss’ veniva a volte nelle partite più importanti perchè aveva il suo da fare ma non ci faceva mancare il proprio supporto tramite telefonate, messaggi. Era un rapporto padre-figlio ma quando le cose non andavano bene ti faceva patire la situazione. Io ho sempre preferito avere un presidente passionale perchè la vive a 360 gradi, tu sai che è il tuo lavoro e vieni ripagato se fai qualcosa di buono per lui”.

“Sapete tutti della rivalità calcistica tra Catania e Palermo. Il derby lo senti già 10-11 giorni prima che arriva. Gli anni della A durante la settimana ricordo la presenza di 3mila spettatori agli allenamenti, percepivi che non era una partita come le altre. Il gol da centrocampo? Ricordo una partita perfetta, non solo il gol fatto in quella maniera. Gara impeccabile, noi eravano in fase di recupero e loro venivano d un buon momento. Vincere in quella maniera fuori casa è qualcosa che rimarrà per tanto tempo nella mente dei tifosi“.

Sapevo di dover fare il mio lavoro in una certa maniera, avendo la coscienza a posto quando uscivo dal campo e dando tutto me stesso. Io pensavo a fare il mio, sapendo che là davanti c’era gente superlativa, che riusciva a fare 24-25 gol in campionato, gente che per tanti anni è stata anche in Nazionale o giocava a livello internazionale ma io ero consapevole dei miei mezzi”.

Napoli è una città con la stessa passione e mentalità di Catania, si vive di calcio 365 giorni l’anno. Basta parlare di calcio per eliminare ogni problema. Proprio a Napoli ho avuto la possibilità di giocare per qualcosa d’importante. Quell’esperienza penso sia stata la chiusura di un cerchio iniziato tanti anni prima”.

“La chiamata in Nazionale? Quando il direttore Lo Monaco mi diede la notizia della convocazione mia e di Biagianti ad impatto non ci credevo, poi ho metabolizzato e capito di avere fatto qualcosa di grandioso per me stesso, ho ringraziato tutti. Soprattutto i compagni che mi hanno permesso di essere in Nazionale per merito loro, venivo supportato da gente che si faceva il mazzo anche per me”.

Con Mihajlovic ho instaurato un rapporto umano spettacolare, ci sentivamo spesso anche durante la malattia. Era un tenerone, diverso da come lo vedevi da fuori. Su Zenga posso solo spendere belle parole. Non mi dispiaceva da allenatore, aveva delle buone idee e gliel’ho detto. Simeone, invece, arrivò in un momento particolare della stagione dopo l’esonero di Giampaolo. Persona vera, senza giri di parole, tecnico molto ordinato e preparato tatticamente fino a diventare quello che è oggi, tanta roba”.

“Morimoto? Ragazzo sempre sorridente, allegro, con la battuta pronta. L’ho avuto per 3 o 4 anni a Catania, ritrovandomelo a Novara. Lui si è rotto un paio di volte il crociato ma era tosto, uno che si allenava bene, mentalizzato, i difensori avversari si preoccupavano anche quando mangiava l’aglio! Spinesi? L’attaccante più forte con cui io abbia mai giocato dentro l’area di rigore. Se andava a saltare fuori dall’area faceva la tartaruga, ma dentro l’area era il più forte davvero”.

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