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Novecento pagine per rilanciare il calcio italiano: che fine ha fatto il dossier di Baggio mai considerato e cosa prevedeva

24 giugno 2010: l’Italia perde 3-2 contro la Slovacchia nell’ultima partita del girone del Mondiale in Sudafrica e viene eliminata. Un disastro per quei tempi: eravamo anche campioni del mondo. Circa un mese dopo, il 4 agosto, su proposta del presidente della FIGC, Giancarlo Abete, e d’accordo con il presidente dell’AIAC, Renzo Ulivieri, Roberto Baggio diventò presidente del Settore Tecnico della Federazione. L’obiettivo? Riorganizzare tutto il movimento calcistico, analizzare ogni aspetto della formazione calcistica italiana per capire dove intervenire e provare a cambiare lo stato delle cose.

Baggio si mise a lavoro e grazie al supporto di più di 50 collaboratori, a novembre 2011, un anno e tre mesi dopo, presentò un dossier di 900 pagine. Un documento che – ispirandosi a Paesi come Francia, Germania e Inghilterra – si presentava come qualcosa di molto di più di una relazione tecnica.

Il dossier preparato da Baggio però non ebbe fortune: fu pian piano accantonato e mai preso in considerazione. Motivo per cui Baggio nel 2013 rassegnò le dimissioni, capendo che mancava la volontà di andare avanti per mettere in atto una vera e propria rivoluzione. “Non voglio fare polemiche, ma parliamo di questo”, dichiarò al Tg1 nel momento delle sue dimissioni, mostrando il dossier. “900 pagine, una ricerca e un programma per rinnovare il calcio italiano. L’ho presentato nel 2011 ed è rimasto per un anno lì. Ho tratto le conclusioni. Io non amo occupare le poltrone, ma amo fare. L’obiettivo era rinnovare dalle fondamenta la formazione dei bambini e i ragazzi, con l’obiettivo di crescere buoni calciatori ma soprattutto buone persone”.

Poi Baggio proseguì: “Mi accusavano di non andare alla riunioni federali? Non avevo diritto di voto visto il ruolo, non aveva senso partecipare a riunioni che nulla avevano a che fare con il mio incarico. Alla riunione di presentazione del progetto abbiamo fatto cinque ore di anticamera, abbiamo avuto poco più di un quarto d’ora per presentare un documento a cui hanno lavorato più di 50 persone in più di un anno“. Nel 2026 non è ancora cambiato nulla: l’Italia non giocherà il Mondiale per la terza volta consecutiva.

I punti chiave del dossier

1. Rifondazione della formazione giovanile: meno tattica, più tecnica e libertà di gioco
Uno dei cardini del progetto di Roberto Baggio era la revisione radicale del modo in cui si formano i giovani calciatori. Il piano criticava apertamente la deriva verso un calcio sempre più fisico e tattico già nelle categorie giovanili, proponendo invece un ritorno alla centralità della tecnica individuale. L’idea era ridurre il peso degli schemi nei bambini per favorire creatività, intuizione e rapporto diretto con la palla. Si insisteva su esercizi specifici come palleggio, controllo, dribbling e visione di gioco, accompagnati da test tecnici e misti – non solo fisici – per valutare davvero le capacità dei ragazzi. Il principio di fondo era semplice ma rivoluzionario: formare giocatori pensanti e creativi, non esecutori di schemi, recuperando una dimensione più libera e formativa del calcio.

2. Nuovo modello educativo: valori, responsabilità e formazione degli allenatori
Il dossier non si limitava all’aspetto tecnico, ma attribuiva un ruolo centrale alla formazione umana ed etica. Baggio immaginava un sistema in cui i giovani venissero educati prima ancora che allenati, con un’attenzione particolare a valori come responsabilità, equilibrio e comportamento. Questo approccio coinvolgeva direttamente anche gli allenatori, per i quali venivano previsti criteri di selezione molto più severi: percorsi di studio strutturati, competenze pedagogiche, certificazioni rigorose e meno improvvisazione. L’allenatore dei settori giovanili doveva diventare una figura educativa completa, non solo un tecnico. L’obiettivo era costruire un ambiente formativo capace di accompagnare la crescita dei ragazzi a livello sportivo e personale, trasformando il calcio in uno strumento di responsabilità sociale.

3. Sistema di scouting nazionale capillare e organizzato in distretti territoriali
Un altro pilastro del piano era la creazione di una rete di osservazione strutturata su tutto il territorio nazionale. Baggio proponeva la suddivisione dell’Italia in circa 100 distretti federali, ciascuno con tecnici e osservatori dedicati, incaricati di monitorare costantemente l’attività giovanile. Questo sistema avrebbe superato la frammentazione esistente, mettendo in rete gli osservatori per individuare e coltivare il talento in modo sistematico. Il progetto prevedeva anche una forte interazione con i settori giovanili e un’attività di osservazione su larga scala, fino a decine di migliaia di partite visionate ogni anno. L’obiettivo era creare un processo continuo e organizzato di scoperta e sviluppo dei talenti, capace di lavorare nel lungo periodo e non più in modo casuale o dispersivo.

4. Innovazione tecnologica e creazione di un grande archivio digitale del calcio italiano
Baggio aveva intuito con largo anticipo l’importanza dei dati e della digitalizzazione nel calcio. Il dossier prevedeva la costruzione di un archivio digitale nazionale, con raccolta sistematica di video, statistiche, test e informazioni sui giocatori. Questo database avrebbe consentito di seguire nel tempo lo sviluppo dei giovani, analizzarne le prestazioni e costruire metodologie di allenamento più mirate. L’idea includeva anche l’uso dei big data per interpretare il gioco in modo più scientifico, superando approcci tradizionali. In parallelo, si immaginava uno sviluppo infrastrutturale e informatico capace di eliminare le “periferie” del calcio, rendendo accessibili dati e strumenti su tutto il territorio. Una visione moderna che anticipava il ruolo oggi centrale dell’analisi dati nello sport.

5. Integrazione con università e ricerca: un centro studi permanente per il calcio
Il progetto non si limitava alla Federazione, ma puntava a creare un sistema aperto e interconnesso con il mondo accademico. Baggio prevedeva la nascita di un centro studi permanente, alimentato dalla collaborazione tra tecnici federali, ricercatori universitari e stagisti. Questo organismo avrebbe avuto il compito di raccogliere, analizzare e sviluppare dati, oltre a elaborare nuove metodologie di allenamento e formazione. La ricerca scientifica diventava così parte integrante del calcio, contribuendo a innovare i processi educativi e tecnici. L’obiettivo era costruire un modello dinamico e aggiornato, capace di evolversi nel tempo grazie al dialogo continuo tra teoria e pratica.

6. Sviluppo infrastrutturale e creazione di centri federali sul territorio
Tra le proposte più concrete del dossier c’era anche il potenziamento delle strutture sportive. Baggio sottolineava la necessità di dotare il sistema di un centinaio di centri federali adeguati, distribuiti sul territorio, che fungessero da punti di riferimento per la formazione e lo sviluppo dei giovani. Queste strutture avrebbero supportato il lavoro dei distretti e degli allenatori, offrendo spazi idonei per allenamenti, test e attività didattiche. L’idea era costruire una rete infrastrutturale capace di sostenere il progetto nel lungo periodo, superando le carenze esistenti e garantendo standard uniformi su scala nazionale.

7. Un progetto organico per modernizzare il sistema e valorizzare il talento
Nel complesso, il dossier Baggio rappresentava una riforma totale del calcio italiano, pensata per intervenire sulle cause profonde della crisi e non solo sui sintomi. Il piano, sviluppato in circa 900 pagine con il contributo di una cinquantina di collaboratori, mirava a costruire un sistema meritocratico, moderno e orientato alla crescita del talento. I principi guida erano molteplici e complementari: etica e innovazione, formazione e ricerca, libertà creativa e organizzazione scientifica. Non si trattava di una semplice proposta teorica, ma di un progetto dettagliato e strutturato, ispirato anche ai modelli europei più avanzati. Tuttavia, nonostante la portata e la lungimiranza delle idee, il piano rimase inascoltato e venne progressivamente accantonato, segnando una delle più significative occasioni mancate per il rinnovamento del calcio italiano.

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