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L’EDITORIALE – L’annusatore di macerie e il catenaccio della vergogna

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Fallimento Italia: l’apocalisse di Gattuso e il naufragio del sistema

di Vincenzo Letizia

Ci avevano venduto l’“annusatore”. Quello che, per istinto primordiale e pedigree di battaglia, avrebbe dovuto fiutare il pericolo e trasmettere ai suoi l’odore del sangue, quello buono, quello della vittoria. E invece, i calciatori hanno annusato soltanto l’ennesima figura di palta, un profumo acre che ormai ristagna nelle narici di un Paese che al Mondiale non va più nemmeno se lo invitano per errore. Un’onta che non si cancella con le scuse d’ordinanza, ma che si incista nel midollo di un movimento ormai in cancrena.

Veder esultare Di Marco per aver pescato la Bosnia invece del Galles è stata la prima avvisaglia del baratro: quando inizi a sottovalutare l’avversario, hai già perso il contatto con la realtà. La superbia è il paravento dei mediocri. Poi, il campo. E lì il capolavoro al contrario di Rino Gattuso si è compiuto in tutta la sua tragica interezza.

Presentarsi già in undici contro undici rintanati in un catenaccio d’altri tempi, senza un’idea che non fosse il rinvio lungo e la speranza nel divino, è un insulto alla storia. Ma il genio si è palesato nel finale: togliere i rigoristi per giocare scientemente per il pari, cercando la lotteria dal dischetto come se fosse un destino inevitabile e non un rischio da fuggire. Non è colpa di Gattuso se il calcio italiano è un deserto, sia chiaro. Ma se il materiale è scarso e il Commissario Tecnico non aggiunge un grammo di valore, anzi sottrae coraggio, allora il fallimento diventa una colpa specifica, un atto d’accusa senza appello.

​Mentre i cronisti RAI, in un delirio di piaggeria che sfiora il genere comico, provavano a elogiare una prestazione incolore contro una Bosnia modesta, e il CT distribuiva complimenti ai suoi come se avesse appena espugnato il Maracanã, il resto del mondo rideva. Di noi.

​Ora basta. Bisogna avere il coraggio della chirurgia d’urgenza. Il calcio italiano deve imporsi regole ferree: almeno quattro giocatori “indigeni” titolari, sempre. Finiamola con l’infatuazione per un tiki-taka che non ci appartiene e che scimmiottiamo malissimo. Torniamo alla nostra scuola: difesa di granito e contropiedi feroci. Soprattutto, si torni a investire nei vivai, invece di comprare scarti dall’estero per risparmiare sugli stipendi. La ferita è profonda, sanguina e, senza una rivoluzione culturale, porterà inevitabilmente alla morte clinica del nostro sport nazionale.

Sipario. Anzi, macerie.

Il calcio italiano vive in una bolla di autoassoluzione che impedisce qualsiasi guarigione. Finché continueremo a considerare “eroiche” le sconfitte contro avversari di seconda fascia e a premiare la mediocrità tattica in nome del carattere, il Mondiale rimarrà un miraggio lontano.

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