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L’EDITORIALE – Ritorno al futuro: l’identità perduta del calcio italiano tra frontiere aperte e crisi azzurra

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di Vincenzo Letizia

Era il 1980 quando la “Gazzetta dello Sport” annunciava con un titolo cubitale una rivoluzione destinata a cambiare per sempre i connotati del nostro sport più amato: «Sì agli stranieri». Dopo anni di frontiere chiuse, ogni squadra di Serie A poteva tornare a pescare talenti in giro per il mondo. Quello che allora sembrava l’inizio di un’epoca d’oro — culminata nel campionato più bello del mondo negli anni ’90 — è oggi, per molti osservatori, l’origine del “declino totale” del movimento calcistico italiano.

Il panorama attuale è sotto gli occhi di tutti: scorrere i tabellini della Serie A è diventato un esercizio di geografia globale. Trovare uno o due titolari italiani nelle grandi squadre è una rarità, quasi un’eccezione che conferma la regola di un mercato che guarda ovunque tranne che al proprio vivaio. Le distanze annullate, l’Europa unita e la libera circolazione dei lavoratori hanno reso anacronistica l’idea di un calcio autarchico, ma il prezzo pagato in termini di identità e ricambio generazionale è diventato insostenibile.

In questo scenario, sorge spontanea una domanda provocatoria: nell’epoca della globalizzazione estrema, hanno ancora senso le Nazionali di calcio? Se la risposta è sì — e il sentimento popolare che accompagna l’attesa dei grandi tornei suggerisce che lo sia — allora è evidente che il sistema attuale è un cortocircuito. Una Nazionale non può prosperare se il suo campionato di riferimento non funge da serbatoio.

Le proposte per “tornare indietro” al limite dei tre stranieri si scontrano con la realtà giuridica e commerciale odierna, ma il dibattito su soluzioni alternative è quanto mai urgente. Imporre una quota minima di italiani tra i titolari, magari fissando un tetto del 40%, non sarebbe un atto di chiusura mentale, ma una forma di tutela per il futuro del movimento. Senza un obbligo normativo, le società continueranno a preferire l’usato sicuro o la scommessa estera low-cost alla pazienza necessaria per far crescere un talento locale.

Il momento della verità è alle porte. Martedì contro la Bosnia non ci giochiamo solo una qualificazione mondiale, ma la credibilità di un intero sistema. Dopo tre assenze consecutive dal palcoscenico più importante, un altro fallimento non sarebbe solo una sconfitta sportiva, ma il colpo di grazia per un movimento che non riesce più a specchiarsi nel proprio campionato. È tempo di decidere se vogliamo continuare a essere solo un palcoscenico per talenti altrui o se vogliamo tornare a produrre la nostra arte calcistica.

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