L’EDITORIALE – Calcio a luci rosse (e competenza zero): il circo Barnum del pallone moderno
C’erano una volta le voci. Quelle di Ciotti, che grattavano la nebbia con l’eleganza di un whisky d’annata; quelle di Ameri, che correvano più veloci del pallone; la penna di Tosatti, che pesava ogni aggettivo sulla bilancia della dignità. Oggi, al loro posto, abbiamo un baccanale di pixel e scollature, un rumore di fondo dove il calcio non è più il rito, ma l’alibi per un’esibizione di cattivo gusto.
Siamo passati dal rettangolo verde al palcoscenico di quart’ordine. In campo, assistiamo a una sfilata di simulatori seriali, attori da filodrammatica che crollano al suolo come colpiti da un cecchino per un refolo di vento, invocando un VAR che ormai seziona l’anima del gioco fino a renderlo un esperimento di laboratorio. Un calcio spezzettato, chirurgico, noioso, arbitrato da figure spesso inadeguate, capaci di perle grottesche come ammonire un tifoso in tribuna, manco fossimo in un cartone animato di bassa lega.
Ma il vero scempio si consuma fuori dal campo, negli studi televisivi trasformati in anticamere di casting per Tinto Brass. Editori che sembrano aver smarrito la bussola della professionalità, preferendo il centimetro di pelle esposta al grammo di competenza. Vediamo sgallettate in cerca di un like facile che leggono i risultati come fossero numeri del lotto: “dieci” invece di uno a zero, “undici” invece di uno a uno. Analfabetismo sportivo di ritorno, servito su tacchi a spillo a beneficio di una platea di segaioli seriali che del calcio non ricordano più nemmeno la forma del pallone, ma sanno tutto del profilo Instagram dell’ultima “esperta” di turno.
Il giornalismo sportivo, un tempo mestiere nobile e sporco di inchiostro, oggi puzza di latte e di vanità. Giovani leve che arrivano in video senza aver mai masticato la polvere della cronaca, pronti a fare da contorno a questo circo Barnum dove la visibilità è l’unica moneta accettata.
Ridateci il silenzio, se non avete nulla di intelligente da dire. Ridateci la competenza che non ha bisogno di “scosciamenti” per farsi ascoltare. Queste figure, figlie di un’epoca senza pudore e senza memoria, andrebbero rispedite al mittente, tra i tendoni di un circo che ormai le attende a braccia aperte. Perché se le case di tolleranza sono chiuse, non è un buon motivo per trasformare il racconto dello sport nel loro surrogato più becero.
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