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FINE CORSA

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Fa male, e non poco. Non solo per il risultato, ma per tutto quello che c’è dentro. La Roma saluta l’Europa League agli ottavi, battuta 4-3 dal Bologna dopo 120 minuti, al termine di una partita che sa di beffa e che rischia di lasciare cicatrici profonde.

Ma il punto è un altro: questa eliminazione non nasce stasera. È solo l’ultima tappa di un marzo che sta prendendo una piega drammatica. Da quel maledetto 3-3 con la Juventus, spartiacque negativo di questa fase, la Roma sembra aver intrapreso un viale del non ritorno. Prima le sconfitte con Genoa e Como, ora l’Europa che sfuma. Un filo rosso che racconta di una squadra in grave difficoltà, sia mentale che fisica oltre che tecnica.

In campo, poco da rimproverare sul piano dell’impegno. La Roma ha dato tutto quello che aveva, e forse anche qualcosa in più. Ma il problema è proprio questo: aveva poco. Poca energia, poca lucidità, poca brillantezza. Una squadra scarica, stanca, logorata da una stagione vissuta sempre al limite e ora arrivata al conto finale.

E il conto, puntuale, è arrivato. Anche sotto forma di episodi. Come l’infortunio di Manu Koné, mandato in campo nonostante le condizioni precarie e costretto ad alzare bandiera bianca dopo pochi minuti. Un segnale chiaro di quanto l’emergenza abbia ormai preso il sopravvento.

Poi gli errori. Quelli individuali, come il fallo ingenuo di Stephan El Shaarawy che ha portato al rigore del Bologna. E quelli collettivi, che hanno permesso agli avversari di colpire nei momenti chiave. La Roma è andata sotto, ha reagito, è tornata in piedi, ha persino trovato il 3-3 con orgoglio grazie a Donyell Malen e Lorenzo Pellegrini. Ma non è bastato. Il Bologna, spietato e praticamente perfetto davanti a Svilar, ha tagliato le gambe ai giallorossi al 110′ con Cambiaghi davanti a un Olimpico incredulo. Una mazzata terribile a una stagione che sta prendendo una piega preoccupante.

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Qualche riflessione va fatta anche sulle scelte. Gian Piero Gasperini non è esente da responsabilità: l’inserimento di Bryan Zaragoza al posto di Celik in una posizione non sua ha finito per esporre la squadra proprio sulla corsia da cui è nata l’azione decisiva. Un azzardo che si è trasformato in errore. E poi c’è il mercato. Quello che avrebbe dovuto dare alternative e che invece ha lasciato l’allenatore con soluzioni limitate.

Il resto lo ha fatto l’Olimpico, e la Curva Sud in particolare. Un tifo straordinario per 120 minuti, commovente nel sostegno, incessante nella spinta. Poi, al fischio finale, la reazione opposta: fischi, rabbia, delusione. Non contro l’impegno, ma contro l’ennesima occasione sfumata.

E allora, in mezzo a tutto questo, una cosa resta. Ed è forse l’unica davvero positiva. Questo pubblico. Un Olimpico che ha dato tutto, che ha spinto la squadra oltre i propri limiti, che c’ha creduto fino all’ultimo secondo. Una tifoseria che non si discute, che non tradisce, che meriterebbe molto di più.

Perché l’impegno non basta più. E non bastano nemmeno i proclami, gli slogan, le frasi fatte. Questo tifo, questa gente, questo stadio meritano una Roma più forte,  all’altezza delle ambizioni che si respirano sugli spalti. Oggi più che mai, la sensazione è che il divario tra ciò che dà il pubblico e ciò che riceve sia troppo grande. E finché resterà così, ogni sconfitta peserà il doppio.

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Giallorossi.net – Andrea Fiorini

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