Anche se l’Inter perde il calcio vince
Il valore complessivo della rosa dell’Inter sfiora i 670milioni di euro contro i 57 del Bodø/Glimt, valore medio per giocatore che va dai 28milioni per i milanesi a poco più di 2 per i norvegesi. E allora, quando una squadra come l’Inter cade contro il più “povero” FK Bodø/Glimt, il fatto sportivo si trasforma immediatamente in fatto socioculturale.
Un risultato che non è solo una sorpresa calcistica ma diventa una crepa immaginaria nella narrazione lineare della modernità secondo la quale chi ha più risorse vince. Il calcio contemporaneo è un prodotto analizzato sotto ogni dettaglio. Le partite sono spezzettate dalle televisioni, rallentate all’infinito, vivisezionate dal Var. Gli allenatori siedono su panchine che sembrano cabine di regia con tablet, auricolari, match analyst, preparatori atletici, psicologi. I giocatori indossano sensori Gps tra le scapole con ogni scatto, ogni battito cardiaco, ogni accelerazione che vengono archiviati, trasformando il rettangolo verde in una enorme sala controllo aerospaziale.
Eppure, dentro questa cornice tecnologica sopravvive qualcosa di antico. Il pallone, nonostante i cambiamenti, resta un oggetto gonfiato con l’aria e foderato di, pelle gomma o materiali sintetici, che può ancora rimbalzare male, un tiro può sbattere sullo stinco del difensore e causare autorete e un portiere può sbagliare tempo di uscita o sbagliare un passaggio. Il calcio è uno sport a punteggio basso: basta un episodio per cambiare la storia. È qui che si annida la possibilità del “rovesciamento”.
Il successo di una squadra come il Bodø/Glimt contro una potenza come l’Inter non è soltanto frutto di tattica o preparazione e non è banale sottolinearlo nell’era della globalizzazione finanziaria. La differenza economica non si traduce mai in certezza matematica perché l’investimento aumenta le probabilità ma non garantisce il risultato e in quella zona d’incertezza il calcio mantiene il suo fascino.
Resta un elemento che potremmo chiamare sindrome di Robin Hood che rende il calcio ancora narrabile e condivisibile da milioni di spettatori. In un mondo in cui l’intelligenza artificiale rende perfetti processi, predice comportamenti e punta ad azzerare l’errore, il calcio conserva una quota d’imprevedibilità che non può eliminare. L’algoritmo può suggerire schemi e percentuali, ma non può eliminare del tutto il caso e questo spinge l’emozione e l’orgoglio collettivo in una rappresentazione simbolica di mobilità e riscatto
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