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Il calcio italiano sta morendo di furbizia

di Massimiliano Di Fede

C’era una volta lo sport. A San Siro è andato in scena il “metodo Bastoni”: l’inganno elevato a sistema, la simulazione celebrata come un trofeo. L’episodio del 14 febbraio tra Inter e Juventus non è solo un errore arbitrale, ma lo specchio deformante di un calcio italiano che ha smesso di educare per iniziare a giustificare l’illecito sportivo.

La serata di Pierre Kalulu è stata un calvario scritto a tavolino dai suoi avversari. Prima il “tuffo” di Nicolò Barella, una simulazione tanto plateale quanto efficace nel condizionare la gara con un giallo ingiusto. Poi, il capolavoro del cinismo: Alessandro Bastoni che stramazza al suolo senza contatto, inducendo l’arbitro all’espulsione del francese. Ma il vero abisso etico si è toccato dopo: Bastoni non solo ha esultato in faccia al direttore di gara per averlo raggirato, ma in conferenza stampa ha candidamente ammesso che “lo fanno tutti”. Una frase che pesa come un macigno, perché trasforma il dolo in consuetudine. Se “lo fanno tutti”, allora la regola non esiste più; esiste solo la capacità di non farsi scoprire.

Il quadro si fa ancora più desolante se osserviamo chi dovrebbe guidare con l’esempio. L’allenatore Cristian Chivu, che fino a poche settimane fa professava un calcio etico auspicando che un tecnico avesse il coraggio di ammettere un favore arbitrale, ha fallito la prova dei fatti. Invece di scusarsi per l’evidente simulazione del suo giocatore, ha infierito su Kalulu, rimproverandolo pubblicamente: secondo Chivu, il difensore “non avrebbe dovuto nemmeno sfiorare Bastoni” sapendo di essere già ammonito. Una lezione di “moralismo al contrario” che colpevolizza la vittima dell’inganno invece di condannare il colpevole.

Non è stato da meno il Presidente Giuseppe Marotta, che ha preferito ‘buttare la palla in tribuna’. Invece di commentare l’episodio antisportivo, ha scelto la via del benaltrismo, riesumando episodi del 2021 per distogliere l’attenzione dal presente. Un esercizio di retorica che conferma come, nel calcio di vertice, la verità sia un optional sacrificabile sull’altare del risultato.

Questo è un appello diretto agli organi competenti. Non potete più voltarvi dall’altra parte. Un calciatore della Nazionale, un professionista pagato milioni, è un modello per i ragazzi che domani calceranno un pallone in periferia. Che esempio stiamo dando? Che mentire paga? Che esultare per un inganno è da campioni? La simulazione è diventata una pratica parassitaria che svuota di senso la competizione. È ora di dire basta alla “furbizia all’italiana” applicata al rettangolo verde.

Le istituzioni calcistiche intervengano con misure che vadano oltre il referto arbitrale:

– Prova TV obbligatoria per la simulazione: Non solo per i casi di rigore, ma per ogni cartellino provocato artificialmente. Se hai mentito, devi pagare con giornate di squalifica pesanti, non con una semplice tirata d’orecchie.

– Multe Etiche: Le sanzioni economiche ai simulatori devono essere devolute interamente alle scuole calcio dei quartieri disagiati, per finanziare progetti sul Fair Play.

– Riforma del protocollo VAR: È inaccettabile che una simulazione che porta a un secondo giallo non possa essere revisionata. La tecnologia deve servire alla verità, non essere schiava di protocolli burocratici.

Il calcio italiano sta morendo di furbizia. Se i vertici della FIGC e della Lega Serie A non avranno il coraggio di usare il pugno di ferro contro chi trucca le azioni di gioco, allora smettano di parlare di “valori dello sport”. La dignità non si compra al calciomercato, e il silenzio complice di fronte alle parole di Bastoni è l’ennesimo autogol di un sistema che ha perso la bussola morale.

L'articolo Il calcio italiano sta morendo di furbizia proviene da Il Fatto Quotidiano.

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