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RASSEGNA STAMPA – La Sicilia: “Orazio Russo simbolo di un sogno. Riaffiorano tanti frammenti. Per i tifosi un fratello campione e umile”

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“Ci sono dei frammenti di vita vissuta sui campi di calcio che tornano in mente adesso che Orazio Russo se n’è andato all’età di 52 anni per una malattia terribile. Frammenti che, in realtà, non sono mai diventate istantanee sbiadite. Alla rinfusa: con Pulvirenti e De Zerbi ai bordi del campo quel pomeriggio del 28 maggio 2006 quando il Catania tornò in Serie A. Orazio uscì a fine primo tempo perché aveva dato tutto e zoppicava. Quel pomeriggio di festa, abbracciandoci, ci dichiarò ridendo: «Mai pensavo di gioire per un infortunio. Al mio posto è entrato Del Core e ha segnato il 2-1. Scrivila, è la verità». La verità. Ecco uno dei capisaldi della sua vita. Sportiva e non”, riporta La Sicilia.

“Ci sono altri frammenti che riaffiorano. E oggi più che mai sono zuppi di pioggia e di lacrime: quel 9 ottobre 2005, l’avvio della stagione della promozione del Catania il 2-2 al Vicenza con un tiro dalla distanza dopo aver palleggiato con la coscia per prendere la mira è entrato nelle gallerie delle meraviglie: «Ero arrabbiato, quella partita non la potevamo perdere. Ho messo tutto me stesso calciando». Poche parole, zero protagonismo. Ecco perché i ragazzini di Catania che poi sono diventati adulti lo hanno eletto a simbolo di un sogno. Quello che lui aveva realizzato cominciando con il Catania, tornando al momento giusto per spingere la squadra in Serie A, restando quel tanto per togliersi l’ultimo sfizio: «Mbare – disse dopo una parentesi a Gela: 12 gare, 4 reti, mica un passaggio per svernare… – devo tornare a Catania. Mi alleno e basta? Devo aiutare i ragazzi a salvarsi. A costo che faccio il raccattapalle»”.

“Sinisa Mihajlovic, che era un fine osservatore, lo mise in squadra. Contro il Genoa gli concesse la passerella finale. Dieci minuti all’incirca, con lo stadio che a momenti veniva giù. «Ho vissuto una carriera intera per chiudere in questo modo» ammise quando finirono abbracci, celebrazioni e applausi. Il sipario perfetto nel suo stadio, con la sua gente a riservargli ovazioni”, si legge.

“Il legame con Nino Pulvirenti, presidente e amico, era speciale ma all’insegna del rispetto e della condivisione della passione per i colori rossazzurri. Per Lo Monaco era come un figlio acquisito. Per i tifosi un fratello campione e al tempo stesso umile. Ecco perché, da responsabile del vivaio del Catania di Pelligra, ha cercato di costruire prima la persona, poi il talento. Fino all’ultimo. Se n’è andato, Orazio, prima di una partita. Se avesse potuto giocarla, magari, avrebbe segnato il gol del successo. E poi, con la faccia che tutti immaginiamo, sarebbe passato dalla sala interviste scrollando le spalle e con quel sorriso che era un misto di timidezza e orgoglio: «Ma che ho fatto di così importante da meritarmi l’intervista?»”.

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