OBIETTIVO NAPOLI – L’amarezza dei rigori e una rosa incompiuta: quando i sogni cadono prima del tempo
di Vincenzo Letizia
C’è un modo elegante di perdere e uno doloroso. Il Napoli di questa Coppa Italia li ha provati entrambi nella stessa sera: prima resistendo oltre i propri limiti, poi scivolando ai rigori, là dove restano solo nervi, silenzi e rimpianti. Contro un Como vero, solido, organizzato, la squadra azzurra ha fatto ciò che poteva. Ma il calcio, come la vita, presenta sempre il conto delle scelte non fatte.
Già arrivarci, ai rigori, era stato un piccolo miracolo. In queste condizioni, con uomini contati e fiato razionato, il Napoli ha camminato sul filo contro un Como che non è favola ma realtà: squadra pulita, compatta, con qualità e coraggio. Una di quelle che non regalano nulla e non si spaventano davanti al blasone.
La Coppa Italia doveva essere un obiettivo possibile. Non un sogno, ma un traguardo concreto. E invece si è trasformata in una fotografia impietosa: il Napoli che resiste, che soffre, che si aggrappa, ma che alla fine paga l’assenza di struttura prima ancora che di talento.
Perché il punto non è il rigore sbagliato. Non è la monetina crudele della lotteria. Il punto è che una squadra professionistica non può ridursi a giocare con un solo centrocampista di ruolo, Stanislav Lobotka, ultimo guardiano di un reparto svuotato dal mercato e dalla sfortuna. Non è romanticismo, è aritmetica del calcio.
Conte chiede ordine, densità, alternative. E invece si è trovato a gestire emergenze croniche, rattoppi, adattamenti. A gennaio non si è “aggiustata” la rosa. Non si è accompagnato l’allenatore nel momento in cui la stagione chiedeva rinforzi veri, non promesse.
Così il Napoli ha cominciato a perdere obiettivi prima ancora delle partite. Perché quando togli ossigeno a una squadra, non muore subito: barcolla. E il Napoli barcolla con dignità, ma barcolla.
Se non rientrerà almeno l’80% degli infortunati, diciamolo senza paura: sarà complicato anche arrivare tra le prime quattro. Non per scaramanzia, ma per logica. Le stagioni non si vincono con i cerotti, si costruiscono con le scelte.
E lì il discorso si allarga. Perché un’eventuale esclusione dalla Champions non sarebbe solo sportiva. Sarebbe economica, gestionale, strategica. Un colpo diretto a chi governa il club, prima ancora che a chi lo tifa. Il campo presenta sempre il conto a chi risparmia sul futuro.
Il Napoli non è povero di anima. È povero di equilibrio. Ha cuore, ma gli manca la schiena. Ha qualità, ma non profondità. E allora corre, stringe i denti, si affida al carattere. Ma il carattere non basta quando la stagione diventa un romanzo lungo e non una poesia breve.
Che dire, davvero? C’è poco da dire. C’è molto da sentire.
C’è amarezza. Quella che resta in gola quando capisci che non hai perso perché eri più debole, ma perché eri incompleto.
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