LUNETTA: “Gestire al meglio le prossime gare. Amo Catania, motivazioni altissime. Jimenez come un mio fratellino…”
L’intervista concessa al quotidiano La Sicilia dal jolly rossazzurro Gabriel Lunetta, ribadendo tutta la sua voglia di Catania e l’importanza di continuare a fare bene in campionato. Questo e altro, di seguito riportato:
“Francamente i miei numeri passano in secondo piano. Non faccio molto caso, preferirei vincere contro il Sorrento a Potenza. Non chiedo di meglio, adesso ogni gara conta il triplo, ogni movimento è importante. Non restano molte gare, dobbiamo gestirle al meglio”.
“Quando entro, titolare o in corsa, l’affetto della gente lo avverto. Catania mi ha acceso una fiamma dopo i due precedenti campionati non eccezionali. Una volta un tifoso mi ha regalato un santino taroccato perché c’era la mia faccia. Un altro mi ha mostrato un tatuaggio e c’era la mia firma. Poi mi chiedono perché amo Catania… Il giro di campo con gli applausi del pubblico è una scena che cerchiamo di meritare in partita. Un momento che ripaga la squadra, lo staff, il club per il lavoro impostato in ritiro e portato avanti fino a qui con la grinta, l’impegno, la voglia di arrivare mia e di tutta la squadra”.
“Non mi è balenata l’idea di andare via. Neanche per un istante. Ho sempre detto alla società che da qui non mi sarei spostato per nessuna cifra al mondo. Le motivazioni sono più importanti dei contratti. Avevo anche pensato di smettere. Ho fatto riflessioni profonde, il passaggio in Sicilia è stato provvidenziale. Fisicamente ho recuperato, le motivazioni sono state sempre elevatissime. Per ora faccio quello che amo, sono felice per la scelta, da ragazzino ho sempre vissuto col pallone tra i piedi. I miei hanno assecondato ogni volontà permettendomi anche di frequentare le scuole in lingua inglese che parlo come l’italiano (Lunetta possiede una laurea in Economy e Management alla Cattolica)”.
“Toscano? Urla tanto, a fin di bene. Dopo una stagione e mezza noi non abbiamo neanche bisogno di parlare. So già che vuole il massimo e cerco di ricambiare. Il tecnico chiede aggressione degli spazi, c’è da guadagnare campo e attaccare l’area. Il lavoro è corale. Io gioco dove serve. Da quinto o da centrale o da trequartista. Lo spirito non cambia. Non deve”.
“Sono subito entrato in sintonia con tutti, mi aiutava la forma fisica, a Norcia si sono create le basi per la stagione, non è un caso che le cose adesso vadano bene. Da lì ci sono state giornate felici e piccole flessioni che tutti insieme abbiamo superato. Gare clou? Ce ne sono state tre, almeno. Tutte importanti, ma alcune ci hanno permesso di stare, adesso, in cima. Col Siracusa abbiamo reagito dopo che sembravamo sull’orlo di una crisi di risultati; contro il Crotone, avversario molto tosto. Monopoli fuori casa perché per la prima volta abbiamo ribaltato un passivo lottando fino alla fine. Al gol di Casasola, mi ha abbracciato in modo giustamente caloroso, ma mi faceva male la spalla e non volevo che il dolore aumentasse. Gridavo per la gioia e anche perché i compagni mi avevano toccato schiena e spalla”.
“Jimenez? A Kaleb sono legato da un rapporto di amicizia speciale; è un mio fratellino, da due anni viviamo anche insieme a pranzo e fuori dal campo. Mi fa piacere abbia rinnovato, lo tengo sotto la mia ala protettiva. Ha fatto la scelta giusta. Primo posto? Sarà un duello fino alla fine tra noi, Benevento e Salernitana. Aspettiamo i tifosi a Potenza per il match col Sorrento, riprendiamo a lavorare come se fosse sempre la sfida decisiva”.
“Pelligra? Ha espresso la vicinanza del club nei confronti di chi ha bisogno. Condivido, fiero, le parole e i fatti del presidente. Siamo vicini a tutta la gente di Catania e della Sicilia. Utilizzo una frase molto cara ai catanesi: “Melior de cinere surgo” che riassume tutto. Le assenze di Aloi, Cicerelli, Di Gennaro e Di Tacchio? Le prime tre sono assenze di lungo corso, ma vi assicurano che giocano in campo insieme a noi, idealmente. Quanto a Di Tacchio lo aspettiamo prestissimo. Siamo un gruppo unito ma i messaggi che arrivano da chi sta fuori rendono il Catania una volta di più una famiglia”.
“Mio zio mi ha fatto scoprire il calcio. Andavamo a San Siro a vedere il Milan. Lo consideravo un gioco, non una prospettiva di lavoro. Poi nell’Atalanta Primavera ho capito che avrei potuto tentare la strada del professionismo. Gomez? Il ‘Papu’ che ho conosciuto a Bergamo era come… un Maradona. Con la palla tra i piedi faceva quello che voleva. Potevi correre ad occhi chiusi, ti ritrovavi il pallone tra i piedi”.
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