Milinkovic-Savic: «Ero un bomber vero, a Napoli ci sono campioni. Punizioni con Mihajlovic, con Conte la vedo dura»
Il portiere del Napoli, Vanja Milinkovic-Savic, ha rilasciato una lunga intervista ai microfoni di DAZN, raccontando la sua evoluzione da attaccante a portiere, il rapporto con lo spogliatoio azzurro, il retroscena sulle punizioni con Mihajlovic e le sue ambizioni sotto la guida di Antonio Conte.
Com’è cambiato il ruolo del portiere nel calcio moderno?
«Se vuoi diventare un portiere di alto livello devi controllare tutto. Nel calcio moderno devi giocare 10-15 metri fuori dall’area, essere sempre dentro la partita e leggere ogni situazione. Io mi sento quasi un difensore centrale aggiunto».
Da dove nasce il tuo passato da attaccante?
«Non sono nato solo per parare, ero anche uno che voleva metterla dentro. Avevo quella cattiveria lì, ero un bomber vero, egoista, non passavo mai il pallone. Poi è scattato qualcosa dentro di me: ho scelto di proteggere, come nella vita».
Che rapporto hai con il fratello Sergej?
«Vengo da una famiglia di sportivi. Con Sergej c’è competizione vera, non lo farei mai segnare. Lui ci ha provato, ma non ci è riuscito».
Come hai vissuto il trasferimento al Napoli?
«Sì, mi aspettavo una chiamata così perché volevo arrivare a un certo livello. Qui siamo per vincere, qualsiasi cosa faccia voglio vincere. È uno spogliatoio fantastico, pieno di leader, di gente che dà tutto anche se non gioca. Qui ci sono campioni veri».
Ci puoi parlare degli allenamenti specifici per i portieri?
«Oggi il portiere lavora tantissimo sulla tattica e sul possesso. Io mi sono sempre divertito coi piedi, dribblavo gli attaccanti. Con le mani posso lanciare a 50 metri, coi piedi cerco sempre precisione e potenza».
Retroscena sulle punizioni con Mihajlovic e Conte?
«Mihajlovic ha intravisto in me un talento nel battere le punizioni e mi diede il permesso di provarci in caso me la sentissi. Con Conte la vedo molto difficile (ride, ndr)».
Qual è la parata che preferisci fare?
«Nell’uno contro uno c’è una battaglia mentale. E poi il rigore: lì ti senti un re. La pressione è tutta sull’attaccante, non su di me».
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