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La Germania si tappa la bocca: il potente gesto di protesta contro le norme Fifa

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La Germania si tappa la bocca: il potente gesto di protesta contro le norme Fifa

Quando la Germania trasforma un rito in una rivoluzione il calcio sussulta. Per la seconda volta nel Mondiale una nazionale tace e fa un sacco di rumore: gli iraniani hanno boicottato il loro stesso inno contro il regime e i tedeschi si sono tappati la bocca contro la censura. Un urlo dal silenzio imposto.

Scelte di squadra e per questo forti, ma quella della Germania è condivisa e appoggiata dal governo. La Fifa ha bloccato il sostegno arcobaleno sulla fascia One Love: sette capitani europei la dovevano portare e invece del permesso è arrivato un divieto, secondo regolamento. Provare a forzarlo, insieme, anzi aggiungendo altre squadre all’elenco, avrebbe costretto la Fifa a scegliere, l’avrebbe obbligata a esporsi, ma tra la resa totale davanti alla minaccia del giallo e la trovata di un gesto a prova di sanzione, c’è lo spazio per credere che il calcio stia cambiando.

La Germania si è riunita il giorno prima dell’esordio con il Giappone, volevano una presa di posizione comune, la federazione si è confrontata con avvocati e politici e non è proprio un caso se il vicecancelliere Robert Habeck, già al mattino, ha riaperto la discussione arcobaleno: «Fossi Neuer io quella fascia la porterei, ma posso solo dire che questo è il momento per manifestare». Sapeva già che sarebbe successo e la fascia allo stadio si è vista, al braccio della ministra degli interni Nancy Faeser che l’ha sfoggiata al fianco del presidente della Fifa Infantino. Siamo oltre la provocazione, questa è una dichiarazione. D’amore ovviamente.

La protesta non è neanche stata davvero muta, perché un attimo dopo lo scatto con le mani sulla bocca sono arrivate le parole della federazione: «Non è un atto politico, i diritti umani non sono negoziabili, dovrebbero essere ovvi». Come dire: non siamo contenti di essere qui ed è un insulto pensare che la sconfitta del debutto dipenda dal peso della scelta. Al ct Hansi Flick tocca pure chiarirlo: «Ma che scusa sarebbe? E che cosa c’entra?».

Il tweet di un giornalista di Doha fa il giro del mondo: «Vedete che cosa succede quando non ci si concentra sul gioco?». Il fronte contro fronte è evidente, la Germania continua a portare il messaggio che ha indossato tra i primi, subito dopo la Norvegia quando l’Europa ha iniziato a mostrare l’avversione per le discriminazione del Qatar.

Quattro anni fa, in Russia, c’era la stessa odiosa legge che impedisce ai gay di mostrarsi come tali in pubblico e ci sono state molte meno reazioni, ma non si tratta eurocentrismo (che pure esiste su molte questioni), è solo immaturità. Nel 2018, il pallone non era pronto ad assumersi responsabilità, si credeva su un altro pianeta. Ci sono state polemiche, certo, mai arrivate sul campo però, almeno fino a che le Pussy Riot non lo hanno invaso. Stavolta i diritti negati stanno dentro ai calci tirati e la Fifa si è giocata la carta norme e tributi senza disinnescare l’opposizione.

Non è mai successo prima, il Qatar si lamenta del trattamento proprio perché lo vive come accanimento, ma la federazione tedesca lo ha spiegato benissimo: la libertà di espressione non è negoziabile. Neanche in cambio di stadi dotati di insopportabile aria condizionata. Chissà che cosa avrebbe fatto l’Italia se fosse stata qui, altro motivo per dispiacersi dell’assenza.

Agli Europei si è divisa sulla possibilità di inginocchiarsi e poi ha fatto marcia indietro preoccupata dai giudizi. Forse oggi anche gli azzurri avrebbero più esperienza per trattare materie essenziali. In Italia, però, durante la partita non si è visto niente, la regia internazionale ha evitato di inquadrare la foto di gruppo e alla Rai mancavano le immagini. Altre tv hanno scelto comunque di appoggiare la causa, la militante Bbc (bacchettata dalla sua voce d’onore Lineker, perché in Russia non sono stati tanto decisi) e la coerente Zdf che dal primo secondo mischia telecronaca e attivismo con eccellente dosaggio.

Si andrà avanti così, avere le fasce ben in vista sarebbe stato meglio, però proibirle ha amplificato il problema e la necessità di non dare l’idea di accettare il divieto. Il Galles ha messo le bandierine arcobaleno al campo di allenamento, la Danimarca si asterrà dal votare Infantino alle prossime elezioni e le sette nazionali private di cuore One Love meditano una causa collettiva, non al Tribunale dello sport, «non è la sede giusta» dice l’Olanda che poi conferma l’intenzione. Prima o poi quella fascia sbucherà fuori.

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