Quattro presidenti in un anno, debiti, accuse e pochi soldi. Così hanno ucciso il Livorno calcio
LIVORNO. La morte sportiva dell’As Livorno calcio, prevista, scontata, attesa, arriva nel primo pomeriggio di un giorno di agosto. E in un attimo cancella centosei anni di storia amaranto. Fatti di passione, eroi, sconfitte, precipizi e rinascite. A certificarla, poche righe, scritte al termine del consiglio direttivo della Lega nazionale Dilettanti dopo la riunione avvenuta nel salone d’onore del Coni, a Roma. Al centro dell’assemblea l’esame dei ricorsi presentati per le ammissioni ai campionati nazionali.
Per quello che riguarda la società amaranto si legge: «La Covisod (organo di controllo ndr) ha espresso parere negativo sulla posizione del Livorno Calcio. La domanda di iscrizione del club labronico è stata giudicata non ammissibile per la non idoneità del campo di gioco indicato in luogo della non disponibilità dell’impianto comunale, oltre al non assolvimento degli obblighi finanziari».
Due motivi già anticipati dal Tirreno il giorno dopo la presentazione alla Lega da parte dei vertici della società della domanda di iscrizione. Per quello che riguarda l’impianto, infatti, la società aveva indicato una struttura nel Comune di Livorno, ma omologata solo per il campionato di Eccellenza. Per quelli che invece vengono definiti gli «obblighi finanziari», il problema riguardava gli stipendi del campionato scorso che alle 14 del 28 luglio, data di scadenza del ricorso, non risultavano coperti.
Pier Paolo Gherlone, commercialista, liquidatore del Livorno calcio, e rappresentante della cordata piemontese, che ad oggi detiene la maggioranza, non parla. E sintetizza la sua posizione in due messaggi WhatsApp. Il primo riguarda la possibile, quanto remota, possibilità di un ricorso rispetto all’esclusione. «Vediamo, domattina (oggi ndr) sento l’avvocato Eduardo Chiacchio per un parere e i soci per valutare se fare ricorso al collegio di garanzia Coni o prendere atto e continuare la liquidazione della società».
Poi, un secondo messaggio nel quale precisa: «Non rilascio altre dichiarazioni per ora. Se non l’amarezza per l’esito ma la consapevolezza di non aver lasciato nulla di intentato per poterla iscrivere». E conclude: «Ci sono responsabilità che andranno individuate».
Sì perché l’omicidio calcistico del Livorno calcio, è un delitto che parte da lontano. Per avere i risultati dell’autopsia servirà tempo. Anche perché adesso la società ha tre strade: continuare la liquidazione, chiedere un concordato, oppure avviarsi verso il fallimento nel caso in cui un creditore, oppure la procura della Repubblica visti i debiti della società, ne faccia richiesta al tribunale.
Ma è guardando al passato, a partire dall’ultima promozione in serie A – era il giugno del 2013 e sembra un altro mondo – che è possibile ricostruire la genesi di una morte annunciata: quattro retrocessioni in sette anni, le ultime due consecutive. Il rapporto tra la città e Aldo Spinelli, per oltre un ventennio presidente amaranto, che si è via via sfilacciato fino a rompersi. Decine di trattative iniziate, a un passo dalla chiusura che poi sono naufragate.
Fino allo scorso anno – era l’11 settembre – quando Sciu Aldo cede la maggioranza attraverso CereaBanca e resta con il nove percento della azioni: nuove proprietari e un nuovo presidente, Rosettano Navarra. «Così farò tornare grande il Livorno», disse sbarcando il giorno seguente al centro Coni di Tirrenia. Meno di quaranta giorni dopo le dimissioni, un nuovo presidente, Giorgio Heller. Punti di penalizzazione, caos tra i dirigenti e squadra sempre più in basso. Fino all’ultimo scossone, in primavera, con la nomina del terzo presidente in appena otto mesi: Silvo Aimo. La squadra che prova a reagire fino all’ultima partita che ne segna la fine sportiva. Oggi è arrivata quella societaria. E la città si divide. C’è chi festeggia come se fosse il 25 aprile, giorno della Liberazione in vista della rinascita. E chi si dispera come nel giorno dei morti.
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