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«Quel fantastico oro nel mare di Perth e un solo rimpianto: mai alle Olimpiadi»

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VENEZIA.

L’Australia è dalla parte opposta del mondo rispetto a Venezia, ma le notti magiche di Perth restano scolpite nella memoria di Fabrizio Pescatori. Sono trascorsi più di 22 anni, dal gennaio 1998, quando il nuotatore veneziano conquistò la medaglia d’oro nella prova dei 25 KM a squadre mista con Valeria Casprini e Claudio Gargaro.

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Partiamo dal primo contatto con l’acqua?

«Sono nato al Lido di Venezia, l’acqua per un veneziano è l’elemento fondamentale, ma l’impatto non è stato semplice. Ho una sorella, Rossella, più grande di me di due anni. Mia mamma portava lei in piscina e per praticità legata ai tempi, accompagnava anche me. Avevo 6 anni, non è stato amore a prima vista, non è che mi piacesse poi molto nuotare, anche perché ho continuato a giocare a calcio con il Trivignano, facevo l’ala, quando ci siamo trasferiti in terraferma e per alcuni anni, quando ero alle elementari, ho praticato entrambe le discipline: lasciavo il campo da calcio e andavo in piscina per altre due ore di allenamento».

Avvio complicato?

«Direi di sì. Ho iniziato alla Mestrina, ma quando è stato il momento di passare dalla scuola nuoto all’agonismo, non hanno ritenuto che avessi il fisico per fare il nuotatore. Per fortuna ho cambiato squadra dopo meno di due anni e sono passato alla Veneziana Nuoto che si era trasferita a Favaro. Ho trovato allenatori che mi hanno aiutato e supportato e sono arrivati subito i primi risultati, segno che proprio scarso non ero. E poi, come si fa a decidere a sei-sette anni se un bambino è idoneo oppure no per uno sport? Io devo molto a Sergio Moroni e poi a Gianni Gross. Entrai a far parte del Team Veneto proprio quando nacque dall’unione di Veneziana Nuoto, Padova Nuoto e Cittadella. Ci sono rimasto fino a quando non sono entrato nei Carabinieri».

Non è stato semplice aprirsi un strada?

«Per tanti anni ero identificato come il fratello di Rossella Pescatori, lei stava ottenendo grandi risultati, poi piano piano sono riuscito a costruirmi un’identità precisa. Verso i 16 anni, ho iniziato la salita, direi nel 1989 quando ho partecipato a Genova ai campionati italiani assoluti con un buon tempo nei 1500 stile libero. Da quel giorno ho iniziato essere più autonomo rispetto a mia sorella. Alla fine ho raggiunto quella medaglia mondiale che manca nel suo palmarès. Sono diventato forte a livello mentale, mi sono abituato a non fermarmi davanti a nessun ostacolo. Non ho avuto paura di affrontare percorsi impervi, anzi un po’ tutta la mia vita è stata così, nello sport, nel lavoro. Ho avuto la fortuna di avere genitori esigenti, ma sempre presenti e propositivi, le fondamenta le ho costruite in famiglia, poi ho iniziato a camminare con le mie gambe fino ad arrivare al trionfo di Perth. Con caparbietà sono arrivato a centrare i risultati che inseguivo».

E l’etichetta dell’eterno secondo in piscina?

«Per tre anni sono arrivato secondo nei 1500 stile libero battuto sempre da un avversario diverso. Capisco trovare uno che nuota più forte di te, ma tre diversi in tre anni di fila è stato incredibile».

Quando c’è stata la svolta verso il nuoto di fondo?

«Nel 1995 mi sono rotto la spalla, era verso fine anno e ho dovuto operarmi. All’inizio ero disperato perché non sapevo se sarei tornato come prima e affrontai nove mesi di riabilitazione. Dalla piscina mi sono dedicato anche alle acque libere e, come era accaduto qualche anno prima, ho vinto la prima gara che ho disputato. Ho strappato a Piombino la qualificazione agli Europei di Siviglia nel 1997 nella 25 KM, che disputammo lungo il fiume Guadalquivir in un circuito di cinque chilometri. Ci sono atleti che nascono con grandi doti, io quando ho iniziato non sono stato portato avanti dal talento, ho avuto tenacia e una grande volontà fino ad arrivare dove altri non sono riusciti a salire».

Quanto le è mancato non fare le Olimpiadi?

«Molto, ma non potevo farci niente perché il nuoto di fondo, quando l’ho praticato io, non era ancora stato inserito come disciplina olimpica. Se ne parlava già per Sydney 2000, ma divenne ufficiale solo a Pechino nel 2008 con la 10 KM».

Un’immagine rimasta impressa del trionfo mondiale a Perth?

«Ricordo la gara come se l’avessi disputata pochi giorni fa, era l’11 gennaio, al largo di Sorrento Quay, c’erano ventimila persone a vederci, il circuito era di 12 chilometri e mezzo con l'insidia degli squali, anche se la sicurezza era assoluta. Ho focalizzato l‘impresa al ritorno in Italia, vivendo un po’ di rendita per sei-sette mesi tra feste, premiazioni, inviti, la gente che mi riconosceva per strada. Ho anche rischiato di non esserci a Perth perché dopo Siviglia mi è venuta fuori una tendinite. Ho saputo della convocazione in aeroporto mentre andavo in California per uno stage».

L’acqua rimane sempre il grande amore?

«Ho smesso un anno e mezzo dopo i Mondiali di Perth, mi era partita l’altra spalla. Ho provato a disputare le selezioni per gli Europei di Istanbul 1999 e per la prima volta in carriera mi sono ritirato. Ho preso la decisone di abbandonare l’agonismo, ma la passione rimane. Anche adesso, compatibilmente con il tempo a disposizione, perché il lavoro mi impegna molto. Partecipo a qualche gara Master e continuo a difendermi nonostante l’età, ma anche alleno una squadra di triathlon a Quinto di Treviso, il 47 Anno Domini, dove ho ritrovato anche Rudy Valenti. Qualche volta ne approfitto per tuffarmi in acqua con gli atleti. Mi alzo all’alba per andare da Venezia a Quinto per allenare, poi via al lavoro». —

Michele Contessa

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