Italiano, l’allenatore che vuole segnare: «Il calcio è divertire con un gol in più»
PADOVA
Un capitano resta sempre tale. Nel calcio come nella vita. Perché il Dna del leader, il carisma del personaggio che si pone come esempio per gli altri o ce l'hai dentro o non ti appartiene proprio. E Vincenzo Italiano è rimasto lo stesso di quando indossava le maglie di Verona, Chievo e Padova. Ora che ha saltato la barricata, passando dall'altra parte, quella di chi il calcio lo interpreta da allenatore, vede le cose in maniera certamente diversa, eppure la grinta, la determinazione, la passione di allora non sono state scalfite di un grammo.
Vincenzo, è vero che è innamorato del Manchester City e del Barcellona, del calcio alla Guardiola per intenderci?
«Più che da Guardiola, sono affascinato dalla filosofia dei blaugrana spagnoli: cambiano allenatori e giocatori ma l'idea tattica rimane sempre la stessa, ormai è un timbro che nessuno potrà più variare. Sono passati i vari Guardiola, Luis Enrique e Valverde, alla fine è il pensiero che hanno nel club la vera forza vincente. Sono convinto che la mentalità di una squadra sia proprio quella di provare a segnare un gol in più degli altri, di privilegiare lo spettacolo, di far divertire la gente».
Nel 2014 comincia la carriera da allenatore. A Venezia, come vice di Dal Canto. Qual è stato il problema maggiore da superare nel passaggio da un ruolo all'altro?
«Ti può aiutare il fatto di essere stato un capitano in campo, ma non è sufficiente: da giocatore, finito l'allenamento o la partita, andavo a casa e staccavo la spina, da tecnico questo non succede, sei impegnato 24 ore su 24. La differenza rispetto a prima è che non è più una questione personale come quando giocavi, il tuo operato adesso si allarga a tutto lo staff, ai rapporti con la società, alle responsabilità che devi assumerti».
Quanto è servita la gavetta, fra Luparense allievi, Vigontina San Paolo e Arzignano Valchiampo in serie D?
«Prima esperienza con i ragazzini della Luparense San Paolo: battemmo record su record, disputando un girone di ritorno alla grande, senza una sconfitta. Lì ho cominciato a crederci, a dirmi che ne valeva la pena. Poi ci fu la fusione tra San Paolo e Vigontina e mi affidarono la prima squadra. La Serie D serve tantissimo a formarti. Quindi Arzignano, sempre in quarta serie. Ricordo bene il primo giorno quando mi presentai: “Ragazzi”, dissi ai giocatori, “non parlo di obiettivi, ma una cosa vi chiedo: voglio vincere la classifica dell'attacco più prolifico. Segnammo 88 gol, i migliori del girone C, vincendo i playoff. Il gruppo mi accontentò».
Trapani resta l'impresa.
«Mi era stata promessa una panchina di Serie C. Invece, il 28 luglio 2018 saltò tutto e mi ritrovai disoccupato. Il giorno dopo, davanti al Caffè Pedrocchi di Padova, ricevetti una telefonata: “Vuoi andare a Trapani?”. Ventiquattr'ore dopo ero giù e firmai. Quello che è successo successivamente rimarrà nella storia: tutti i giocatori se ne volevano andare, la proprietà pure, eravamo in crisi. Abbiamo compiuto un capolavoro, aggiudicandoci i playoff e salendo in B, mi vengono ancora i brividi. Sono tornato di recente con lo Spezia, mi hanno accolto come un eroe, tutti in piedi, con il coro che intonavano quando ero lì: “Italiano, portaci lontano”. Come a Padova, con la “Fattori” che cantava che tiravo bombe da lontano ed ero meglio di... Pelè».
E ora lo Spezia.
«Inizio ottimo, con il colpo di Cittadella, poi sono subentrate le difficoltà. Ho dovuto modificare qualcosa, abbandonando alcune certezze. Così è esplosa una squadra spettacolare, che ha inanellato, come a Trapani e Arzignano, record storici, i 13 risultati utili di fila, il secondo posto in classifica».
Il virus vi ha tarpato le ali. Cosa pensa che succederà?
«Se si continua ad andare in là con il tempo, credo che sarà difficile riprendere. Io ho un altro anno di contratto, non sono mai stato più di una stagione alla guida della stessa squadra, mi piacerebbe vedere come va a finire».
Un amarcord da calciatore ci vuole. Padova e Verona sono le squadre del cuore?
«Partiamo da Padova, la città in cui vivo. Quando mi presentai, volevo portare i biancoscudati in Serie A. Arrivammo a 90' dal traguardo, con il playoff perso a Novara. Era una promessa fatta ai tifosi, una missione che stava per riuscire. Mi sono trovato comunque talmente bene che ho preso casa. In quegli anni ho cercato di essere una guida per i più giovani, parlo dei vari El Shaarawy, Darmian e Bonaventura, e mi ero calato bene nella parte. Voi vi ricordate tutti il rigore contro il Livorno, decisivo per puntare allo spareggio. Lo calciai quasi ad occhi chiusi, poi corsi sotto la tribuna e mi inginocchiai lasciandomi andare all'abbraccio con Dal Canto. Fu una liberazione».
Verona, fra Hellas e Chievo?
«E' tutta la mia vita calcistica. Lì sono diventato professionista, ho vinto due campionati, in 12 anni di Verona e 3 di Chievo, ho messo su famiglia. Come un primo amore...».
Per chiudere, gli Italiano si sono ricomposti con l'emergenza Coronavirus: la moglie Raffaella e i figli Christian, 17 anni, e Riccardo, 12, l'hanno raggiunta a La Spezia. Come vivete questo periodo?
«Sto riscoprendo il valore degli affetti, perché siamo stati separati per motivi di lavoro. Ora stiamo sempre insieme. Nei primi giorni dell'emergenza, quando ho visto tutti quei decessi, e medici e infermieri che andavano in prima linea a lottare, mi sono sentito spiazzato. Io malato di calcio e la gente che moriva. Non aveva senso».
Ha imparato qualcosa di diverso rispetto a prima?
«Sì, a fare il cameriere. Mia moglie cucina e io... servo in tavola». —
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