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Bobby Fischer come l’ho conosciuto io…

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Un passo indietro. Agli inizi del 1970 la ditta tedesca per la quale lavoravo decise di trasformare i merchandiser che operavano nel ramo tabacchi in altrettanti venditori di vini e spumanti, cosicchè dieci su dodici rassegnarono le dimissioni (io feci parte di quei dieci). Con la liquidazione e ancora senza figli, mia moglie ed io decidemmo di concederci una follia: partire in auto (la fantastica Dyane) per la Turchia e tornare soltanto quando i soldi fossero finiti. All’epoca c’era soltanto l’imbarazzo della scelta per quanto riguardava il nuovo lavoro…
Chiacchierando con Tamburini poco prima della partenza mi sentii dire: “Passi da Zagabria? Vai al circolo e salutami Mario Bertok” e così feci, ma nel capoluogo croato mi attendeva una grossa sorpresa.
Giunto a Zagabria, telefonai a Bertok il quale mi disse che stava andando al circolo (un bel salone al primo piano di Ilica, il “passeggio” di Zagabria) e, una volta incontratici e sbrigati i convenevoli di prammatica, Bertok mi fulminò con una notizia: “Sai che a Vinkovci c’è Fischer?”. Barcollai e, ripresomi, implorai Bertok di farmi avere un incontro con il fenomeno americano. Detto, fatto: una telefonata all’ingegner Bilusic, dirigente della grande conceria di pelli di Vinkovci, grande appassionato di scacchi e via!, sulla cosiddetta autostrada per Belgrado.
Fischer era ospite di Bilusic in una villetta nei pressi del campo sportivo e, quando noi arrivammo, si stava riprendendo da una congestione, derivata dal fatto che il giorno prima (quando noi eravamo a Zagabria) si era lanciato in una partita di calcio con alcuni ragazzini del posto, aveva sudato come un cinghiale braccato ed aveva tracannato qualche litro di acqua gelata. Quando arrivammo noi si era ripreso, e volle immediatamente sapere se eravamo giornalisti, pronto a fuggire in caso di risposta affermativa.
Una volta tranquillizzatosi accettò di farsi fotografare prima con me poi con mia moglie, e la mia Polaroid immortalò l’evento. Cenammo insieme, e lo vidi consumare una quantità industriale di porri (cipolle, insomma) mentre parlava di tornei recenti, che lui valutava sulla base dei “russians” partecipanti (evidentemente la presenza di giocatori come Larsen o Portisch o Gligoric non lo scomponeva più di tanto… ). Al mattino del giorno seguente lo ritrovai con i soliti tre o quattro volumi dell’ Informatore sotto il braccio, unitamente all’inseparabile scacchiera tascabile sulla quale volle farmi vedere alcuni errori commessi da qualche GM. Poi volle sapere qualcosa dell’Italia, della quale conosceva unicamente il Colosseo e Mariotti (“a very strong player”) e quando gli domandai quanto volesse per una eventuale simultanea a Bologna mi sparò 20 dollari a scacchiera, minimo venticinque tavoli (più le spese, ovviamente). Pensai immediatamente che Tamburini sarebbe inorridito di fronte a tale richiesta e glissai, ma lui comunque volle lasciarmi il recapito del quale usufruiva presso la Federazione USA (conservo il foglietto… ).
Bye bye Bobby; mentre mettevo in moto la Dyane lui era già seduto ad un tavolo del bar del campo sportivo ad analizzare qualche posizione… Strano tipo.

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