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Un anno di guerra (I)

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Superato l’anno di guerra sarebbe il caso di fare il punto sulla situazione e valutare le prospettive future, ma preferisco premettere qualche considerazione metodologica.
Il mio interesse per la storia e la politica estera è iniziato con gli indimenticabili articoli di Augusto Guerriero sul Corriere negli anni ’50 e ’60; per valutare una situazione politica io seguo i suoi insegnamenti.
Le considerazioni morali vanno separate dalla valutazione oggettiva della situazione, entrambe sono importanti, ma considerandole insieme si fa solo confusione.
Si potrebbe pensare che spesso agire senza considerare l’aspetto morale porti a vantaggi, ma quelli che a una valutazione superficiale sembrano vantaggi spesso si rivelano effimeri sul lungo periodo, per cui le conclusioni che si raggiungono valutando separatamente gli aspetti morali e politici quasi sempre coincidono.
Una formulazione più filosofica delle considerazioni morali è quella del Prof. Orsini nel suo libro sull’Ucraina, che richiamandosi a Max Weber distingue tra “etica dei principi” ed “etica della responsabilità”.
Comportarsi secondo l’etica dei principi, significa seguire il proprio sistema di valori senza preoccuparsi delle conseguenze.
Comportarsi secondo l’etica delle responsabilità significa tenere conto delle conseguenze delle proprie azioni.
Aggiungo e non è secondario che i principi non sono comuni a tutti, bruciare gli eretici sul rogo è certamente conforme all’etica dei principi.

Per prima cosa bisogna capire di cosa stiamo parlando, definire di che tipo è questa guerra.
La visione corrente è che si tratta di una guerra di aggressione, la Russia voleva conquistare l’Ucraina e la ha attaccata.
In realtà si tratta di una guerra civile in corso da 8 anni in cui sono intervenute grandi potenze straniere.
Il prototipo di questo tipo di guerra è la guerra civile spagnola, in cui sono intervenute successivamente l’Italia e la Germania da una parte, l’Unione Sovietica e volontari di varie nazionalità dall’altra.
E qui permettetemi una digressione per sfatare un altro luogo comune.
Secondo la visione corrente la guerra di Spagna è iniziata con un colpo di stato militare contro un governo democratico, ma non è proprio così.
È vero che i partiti al governo avevano vinto le ultime elezioni, ma la guerra civile era già iniziata con omicidi da entrambe le parti; nella notte del 13 luglio 1936 il capo dell’opposizione Josè Calvo Sotelo fu prelevato a casa sua da appartenenti a forze armate dello stato in divisa, Guardia Civil e Asaltos e subito dopo ucciso. Un delitto Matteotti alla rovescia.

Un altro capo dell’opposizione, Gil Robles, si salvò solo perché quella notte non era in casa.
L’insurrezione militare iniziò quattro giorni dopo, ma il governo legittimo era già molto avanti sulla strada di stabilire una dittatura comunista.
La guerra in Corea è usualmente considerata una improvvisa aggressione del Nord contro il Sud, dimenticando che nel Sud era da tempo in corso una guerriglia comunista contro il governo; successivamente intervennero forze ONU da una parte, principalmente Stati Uniti e Inglesi, e Cina dall’altra.
Sul Vietnam, non ci sono dubbi, anche qui guerra civile tra governo e guerriglieri comunisti e successivo intervento straniero di Stati Uniti e Nord Vietnam, con appoggio di Cina e Russia.
Le motivazioni della guerra civile possono essere religiose, ideologiche, razziali o nazionalistiche, come nel caso dell’Ucraina, ma l’intervento delle grandi potenze è principalmente volto a contrastare la grande potenza avversaria; l’aiuto alla propria fazione nella guerra civile è secondario, per cui all’occorrenza la propria fazione può essere abbandonata senza troppi rimpianti.

Un altro aspetto che vorrei chiarire sono le camere di tortura che gli ucraini dicono di trovare continuamente dove i russi si ritirano. Io dubito sia vero, non perché creda non venga praticata la tortura, ma perché per farlo non c’è certo bisogno di un locale apposito.
Quello che pochi sanno è che la tortura è esplicitamente prevista in tutti gli eserciti del mondo, compreso l’Esercito Italiano e che fa parte dell’addestramento dei corpi speciali; chi non ci crede si legga “Azione immediata” di Andy McNabb dove è descritta la selezione dei volontari per entrare nel SAS.
Nella parte finale di questo esame si simula che il candidato venga fatto prigioniero dal nemico e quindi “interrogato”: lo scopo è preparare il candidato ad essere torturato se in azione fosse fatto prigioniero e a torturare quando si troverà dall’altra parte della barricata.
Naturalmente in questo caso l’interrogatorio non è spinto all’estremo.
Comunque ho parlato personalmente con l’allora comandante del CONSUBIN, incursori di marina, e mi ha detto che per entrare si prendono “parecchie botte”.
La tortura è una conseguenza inevitabile della guerra.

Sulla faccenda di Bucha la dichiarazione del ministro degli esteri russo Lavrov “si tratta di una evidente messa in scena” mi ha fatto venire in mente un episodio della guerra partigiana.
Il 13 novembre 1943 il podestà di Ferrara Igino Ghisellini fu ucciso da partigiani. I fascisti organizzarono subito una spedizione punitiva e fucilarono 11 noti antifascisti, scelti tra intellettuali, professionisti, ebrei, persone che con tutta probabilità non avevano nessun legame con la resistenza.
I corpi non furono lasciati in strada dove erano stati fucilati, come accadeva spesso, ma furono spostati in vari punti della città perché tutti potessero vederli.
Esattamente come i corpi sono stati lasciati a Bucha lungo la strada ad una ventina di metri uno dall’altro.
Non riesco ad immaginare come potrebbero essere stati uccisi uno alla volta sul posto dove sono stati trovati; potrebbero essere stati uccisi all’interno delle case o fucilati in un cortile contro a un muro, in ogni caso i corpi devono essere stati spostati.
Quando nella primavera del 1943 i tedeschi scoprirono le fosse di Katin con i corpi degli ufficiali polacchi prigionieri uccisi dai russi, chiesero immediatamente ai paesi neutrali di mandare una commissione d’inchiesta che documentasse l’accaduto; la commissione arrivò e accertò al di la di ogni dubbio che gli ufficiali erano stati uccisi nella primavera del ’41 quando il territorio era occupato dai russi, smentendo la versione russa che aveva attribuito la responsabilità ai tedeschi.
Naturalmente durante la guerra inglesi e USA confermarono la versione russa, per cambiare idea quando le relazioni con l’URSS peggiorarono dopo la fine della guerra.
Dopo la caduta dell’URSS si trovarono i verbali della riunione del politburo in cui era stata decisa la strage su proposta di Beria.
Perché gli ucraini non hanno chiesto una commissione di inchiesta indipendente? Sarebbe stato importante identificare le vittime e stabilire modalità, data ed ora della morte; ora sappiamo solo quel che ci hanno raccontato gli ucraini.
I responsabili di queste stragi sono più facilmente la fazioni di una guerra civile che gli eserciti regolari, per cui ritengo più probabile è che i morti siano ucraini collaborazionisti veri o presunti dei russi, uccisi da una delle milizie ucraine appena arrivata a Bucha dopo il ritiro dell’esercito russo.
Naturalmente possibile che qualche ucraino sia stato ucciso da soldati russi sbandati magari per rapina, e che altri siano stati fucilati come franchi tiratori veri o presunti; comunque in ogni caso i morti sono stati spostati, la scena è stata costruita a beneficio delle riprese televisive.

Come vengono prese le decisioni politiche strategiche più importanti?
Tutti si immaginano che si svolgano riunioni ad alto livello in cui vengano considerate le varie possibilità con le loro conseguenze, se ne valuti il pro e il contro e alla fine venga presa una decisione.
Anche io lo credevo, ho cambiato idea leggendo il libro “Piano d’attacco” di Bob Woodward che descrive come si è arrivati all’attacco degli Stati Uniti contro l’Iraq nel 2003.
Non c’è stata nessuna riunione del genere, non c’è mai stato un momento in cui si è presa una decisione, sì o no. Si è iniziato a chiedere ai militari un piano di guerra, poi questo piano è stato modificato e si sono definite delle tappe preliminari, per esempio spostare un reparto, inviare nelle basi avanzate aerei, mezzi, rifornimenti; alla scadenza i militari chiedevano l’autorizzazione a farlo, l’autorizzazione veniva data e così ci si avvicinava alla guerra, senza che la guerra fosse stata decisa.
In sintesi nel gruppo dirigente tutti erano favorevoli alla guerra, questo è un interessante esempio di come vengano prese le decisioni nei gruppi dirigenti, in un governo o in una grande azienda.
All’interno del gruppo si materializza una opinione corrente a cui tutti si uniformano e il consenso comune rafforza il convincimento di tutti. Se qualcuno è contrario viene emarginato; magari qualcuno contrario c’era, ma si è guardato bene dal dirlo, ci avrebbe rimesso la carriera.
Un caso analogo si verificò in occasione del lancio delle bombe atomiche sul Giappone. Anche in quel caso non ci fu nessuna riunione per decidere se sì o no, nessuna discussione o valutazione sulle conseguenze politiche e morali; la bomba era pronta, quindi si doveva lanciarla.
Sui giornali e nei dibattiti televisivi gli esperti di geopolitica dibattono su vantaggi e svantaggi che gli Stati Uniti conseguiranno con la loro politica estera.
Sbagliano, non considerano che Stati Uniti sono una astrazione, nella realtà vi sono diversi gruppi di potere, le fabbriche di armamenti, i militari, la CIA, il Dipartimento di Stato. Al di sopra c’è il presidente che si occupa principalmente dell’economia, di essere rieletto a metà mandato, dell’immagine che lascerà ai posteri e che in politica estera segue le indicazioni degli esperti.
Solo raramente entra in contrasto e si impone, ricordo Truman che ha dimissionato il generale Mac Arthur che voleva bombardare la Cina con armi nucleari al tempo della guerra in Corea e Kennedy che fermò a stento i militari che volevano bombardare Cuba al tempo della crisi dei missili.
So che è sbagliato giudicare in base alle apparenze, ma guardandolo in faccia mi è difficile credere che Biden sia un presidente capace di prendere queste decisioni.
I gruppi di potere che comandano negli Stati Uniti hanno tutti interesse che in politica estera ci sia una situazione di tensione, perché in questo caso la loro importanza aumenta.
Però sul lungo periodo la tensione non basta e ogni tanto è necessario ci sia anche qualche piccola guerra combattuta; le occasioni non mancano, basta drammatizzare una delle crisi in corso.
Quindi non ci si deve chiedere se la politica estera USA fa gli interessi degli Stati Uniti, non è così, fa gli interessi dei gruppi di potere che hanno il comando effettivo.

Per ora basta così, le mie considerazioni sulla guerra alla prossima puntata.

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