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Lo scacchista

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Lo Scacchista è un giallo che conduce il lettore in una Zagabria labirintica, sulle tracce di un serial killer che gioca a scacchi con la polizia. Presenta una trama coinvolgente ed elementi da giallo all’americana, ma non mancherà, spero, di suscitare interrogativi filosofici ed esistenziali circa il destino dell’uomo, la razionalità strumentale e l’automaticità dei gesti nelle società contemporanee. Eraclito, Wittgenstein e Hannah Arendt sono tra quei pensatori che mi hanno ispirato, poiché, al di là delle esigenze dell’intreccio, non mi sarebbe affatto piaciuto scrivere un giallo senza metterci dentro una “sostanza” filosofica.
Rispetto al Piccolo giallo erudito sul gioco degli scacchi, un racconto breve ispirato a quelli di Borges, mi sono cimentato qui con una scrittura più articolata e di lungo respiro, vicina ai cliché del thriller vero e proprio. Credo che la tensione si mantenga alta per tutto il testo, come è lecito aspettarsi dal genere; e la presenza degli scacchi – gioco di per sé labirintico e spesso imprevedibile – dovrebbe a ciò contribuire.
L’assassino lascia traccia del suo passaggio mediante problemi combinativi che il lettore, come i due detective della storia – la croata Paula Marić e l’inglese Glenn Hughes – è chiamato a risolvere, se vuol progredire nell’indagine. Inoltre, nel testo sono presenti ben cinque partite ricche di colpi di scena tattici, le quali, come i problemi combinativi, costituiscono una mia creazione sulla base di partite che io stesso ho giocato e poi rielaborato al computer. Sono sicuro che non mancheranno di mettere alla prova tutti gli amanti delle 64 caselle, e magari anche di avvicinare al gioco i profani che spesso se ne tengono in disparte considerandolo troppo difficile.
Ecco un buon esempio, una partita che tempo addietro giocai di Bianco, per corrispondenza, contro un amico: 1.e4 e6 2.d4 d5 3.Cc3 Cf6 4.e5 Cfd7 5.f4 c5 6.Cf3 Cc6 7.Ae3 a6 8.Dd2 b5 9.dxc5 Axc5 10.Axc5 Cxc5 11.Df2 Db6 12.Ad3 b4 13.Ce2 a5 14.0–0 Aa6 15.Rh1 0–0?! Il Nero ha appena arroccato, convinto di non avere niente da temere. Invece, giunse inaspettato il dono greco: 16.Axh7+!

Posizione dopo 16.Axh7+!

Giocavamo questa partita in forma privata, e con l’accordo che avremmo potuto utilizzare sia i manuali delle aperture che i motori d’analisi. Il nostro scopo era semplicemente quello di approfondire la conoscenza del gioco, e in questo caso, della difesa Francese. Ricordo bene la sorpresa del mio avversario, il quale mi disse che non si aspettava proprio il sacrificio di Alfiere, e che in una tale posizione il suo motore d’analisi dava il Bianco in notevole svantaggio. Ma mai fidarsi troppo delle macchine! Confutare un sacrificio di questo tipo si rivela assai difficile, non soltanto nelle partite di torneo, ma anche in quelle per corrispondenza. Il seguito, infatti, fu: 16…Rxh7 17.Dh4+ Rg8 18.Dg5 Tfe8? Meglio sarebbe stato, con ogni probabilità, posizionare questa Torre in c8. Il mio attacco, in questo caso, avrebbe incontrato maggiori difficoltà. Dopo il tratto del testo, invece, divenne giocabile: 19.Tf3!

Posizione dopo 19.Tf3!

Seguì: 19…Ce4 20.Cxe4 dxe4 21.Th3 Rf8 22.Cg3 Dd8 23.Dg4 Cd4 24.Td1 g6 25.Th7 con attacco del Bianco che si rivelò vincente.

Tornando al giallo, sulla base di questa partita, e modificando le mosse finali in relazione alle esigenze della narrazione, elaborai la prima partita che “Lo Scacchista” gioca contro la polizia di Zagabria. Nel testo, il serial killer infligge una coltellata alle sue vittime per ogni scacco inferto alla polizia sulla scacchiera: ecco che il dono greco, splendido sacrificio con scacco, avrebbe creato suspense non soltanto sulla scacchiera, ma anche all’interno della narrazione.
Inoltre, il fatto che il dono greco, nella posizione in questione, non fosse giocato dai motori d’analisi, ma fosse visibile al “colpo d’occhio” umano, mi diede materia di spunto per altre pagine del libro: quelle in cui un giocatore di nome Oskar Perica, assoldato dal detective Marić, analizza la partita giocata dall’assassino contro la polizia, ricavando la preziosa informazione che “Lo Scacchista” doveva essere un giocatore umano, e non, appunto, una macchina.
Potrei dire che da queste idee embrionali, avvertite a livello epidermico, venne poi fuori tutto il resto. Costruii i personaggi attorno alle partite, sulla base delle sensazioni che queste mi davano. Cosicché, ogni partita, ogni diagramma, avrebbe rivelato qualcosa della psicologia dei personaggi, conducendo, gradatamente, a svelare la loro personalità, e non soltanto quella dell’assassino. Di Paula Marić, detective che in vita sua ha odiato gli scacchi, apprenderemo, ad esempio, le sue fobie circa la variante di Botvinnik, nel gambetto di Donna, le quali ricalcano, non a caso, il rapporto travagliato con l’autorità paterna. Di Oskar Perica, ragazzo giovane e con idee ribelli, la sua predilezione per la Difesa Est-Indiana e per il gioco ipermoderno, che fanno il paio con la sua insofferenza nei confronti degli schemi prestabiliti. Di Marko Sluga, il primo detective a giocare contro “Lo Scacchista”, conosceremo le sue irrequietudini circa la collega Paula, e la sua affettata sicurezza nel giocare quella difesa Francese che lo porterà alla sconfitta. Ogni personaggio, lo voglia o no, andrà incontro al destino che gli riserva il fato, come su una scacchiera cosmica, che nei miei scritti è spesso prefigurata dal frammento 52DK di Eraclito: “Il corso delle cose è un bambino che gioca con i pezzi degli scacchi. Di un bambino è il regno”.
La stessa città di Zagabria si rivelerà scacchiera, splendida cornice della storia, a sua volta intrisa di leggende che riguardano luoghi tipici della capitale croata, come la fontana Manduševac e il Gornjgrad, e a cui pure ho liberamente attinto. Il pezzo più importante di questa scacchiera urbana sarà alfine costituito dall’affascinante Torre Lotrščak, dalla quale, ogni giorno, viene sparato a salve un colpo di cannone. La Torre richiamerà alla mente del detective Hughes una vecchia miniatura di Sam Loyd – grande problemista e creatore di puzzle scacchistici – la cui soluzione richiede la capacità di osservare la scacchiera liberandosi dai pregiudizi.

Sam Loyd, 1857, Il Bianco muove e vince in tre mosse

È questo un puzzle ben conosciuto dagli scacchisti per via di una certa regola nascosta tra i pezzi, ma non esplicitata nell’atto in cui ci si approccia alla posizione. Insomma, dicendola con parole alla buona: il trucco c’è, ma non si vede! Se qualcuno non si è mai imbattuto in questo puzzle, o in altri analoghi, non è reato; tuttavia, non voglio fornire io la soluzione, ma lasciare che il solutore si sforzi di venirne a capo. Una volta che egli ha realizzato di cosa si tratti, e per inciso è quello che è successo anche a me quando ci sono passato, sarà portato a riflettere una volta di più sui pregiudizi che inficiano la nostra visione delle cose e del mondo.
Nel libro, la scoperta di una situazione reale analoga a quella prospettata dal puzzle fornirà al detective Hughes la chiave di volta dell’indagine; sarà come un “insight” che gli consentirà di connettere insieme gli elementi che rimanevano slegati, risolvendo il caso. Questo non equivarrà, però, a poter mettere le mani addosso all’assassino. Poiché un fatto è qualcosa che accade nel mondo, come ci ricorda Wittgenstein, occorrerà, per l’appunto, che questo accada: un conto è la risoluzione teorica del problema, un altro quella pratica.
Trattandosi di un giallo sugli scacchi, che affronta da vicino il gioco, non mi sento di consigliare il testo a chi è asciutto di scacchi o non voglia occuparsene. Spero invece che costituisca una gradevole lettura per chi già conosce il gioco o ne abbia almeno un’infarinatura. Se l’industria culturale produce libri in cui gli scacchi sono in qualche modo presenti, è pur vero che spesso non si scende nei dettagli del gioco più di tanto; peccato capitale che invece ho scelto deliberatamente di commettere! Così, nel mio giallo, partite e diagrammi accompagneranno l’avventuroso lettore che voglia cimentarsi con gli scacchi giocati.

Scarica qui, in formato pdf, un estratto dell’opera.

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