Enrico Paoli, il gentiluomo triestino degli scacchi che sfidò Spassky
TRIESTE Gli scacchi sono arte, sono scienza e sono sport, ripeteva Enrico Paoli (1908-2005), lo scacchista triestino che ha conquistato un record difficilmente battibile: nessuno al mondo ha giocato un torneo a 96 anni come ha fatto lui. E quella volta, a Saint Vincent, prima di sedersi davanti alla scacchiera, a chi lo guardava ammirato aveva rivelato il suo segreto: il cervello è il re dei muscoli. Paoli aveva anticipato quello che le neuroscienze avrebbero rivelato, l’elisir di lunga vita sta, oltre che in una buona dose di fortuna, nel tenere in costante allenamento le cellule grigie e gli scacchi, costringendo la mente a ricordare, ragionare e prevedere. Paoli è stato il testimonial ideale di questo assioma.
Nato a Trieste il 13 gennaio 1908, aveva imparato a giocare a nove anni, grazie a un frequentatore del bar latteria gestito da sua mamma. Dopo il diploma, a 18 anni, si era imbarcato per un periodo sulle navi del Lloyd Triestino prima di tornare a terra e laurearsi in economia aziendale. I primi successi nel mondo degli scacchi risalgono alla fine degli anni Trenta; nel 1937 arriva secondo nel torneo di Merano, nel 1939 prende parte a Roma al suo primo campionato italiano, dove giunge terzo, piazzamento che ripete nel 1943. Dopo la guerra si trasferisce a Reggio Emilia e qui, per avere più tempo da dedicare agli scacchi, comincia a fare il maestro elementare, impiego che manterrà fino alla pensione. Una vita tranquilla la sua, serenamente accompagnata da un matrimonio durato settant’anni.
Eppure questo signore pacioso, lontano anni luce dall’aura degli scacchisti geniali e pazzi, maniacali e strambi, un po’ tocchi insomma, di cui l’inarrivabile Bobby Fisher è stato uno degli esempi più lampanti, ha tenuto la scena scacchistica italiana per ben sessant’anni. Non solo come giocatore, ma come organizzatore di tornei, compositore di problemi scacchistici e autore di quattro libri in cui insegnava ai principianti come avvicinarsi al gioco. “Giocare bene per giocare meglio”, tremila copie vendute in pochi mesi, “L'arte della combinazione scacchistica”, “Il finale”, tutti pubblicati dalla casa editrice Mursia.
In “Strategia e tattica nel gioco degli scacchi”, uscito per la prima volta nel 1953 e ristampato in diverse edizioni, Paoli sorprendeva i lettori affermando che la bellezza del gioco sta negli errori: “l’emotività, la lotta dipendono anzitutto da questo fatto e dalla speranza che esso avvenga”. Parliamo allora degli errori di Paoli, o almeno di quello che molti kibitzer (l’osservatore di una partita che commenta e offre consigli senza essere interpellato, secondo una espressione yiddish nota nei circoli scacchistici) ritengono che il maestro triestino avesse commesso durante la partita contro Boris Spassky, giocata a Dortmund nel 1973. Il campione sovietico arrivava dalla sfida del secolo, giocata l’anno prima a Reykjavík contro il numero uno, l’americano Fischer. Usa – Urss, la competizione per il possesso del mondo traslata nel mondo immaginario delle caselle bianche e nere, re e regine al posto dei missili. Paoli considerava l’americano il più forte di tutti i tempi, anche se era insopportabile, le sue fisime erano note.
Per il match contro Spassky aveva preteso di giocare sempre sulla stessa sedia, anche se erano identiche, poi aveva voluto un particolare impianto di illuminazione, tutte cose che avevano fatto insospettire l’entourage dei sovietici. La sedia di Spassky venne radiografata e non appena si vide un corpo estraneo fu sezionata minuziosamente alla presenza di un poliziotto, finché venne scoperto che si trattava di un grumo di mastice legnoso. Un ingegnere elettronico e un chimico ispezionarono l'impianto di illuminazione, ma vi trovarono solo due mosche morte. E con un pugno di mosche rimasero i sovietici, mentre Spassky doveva cedere alla superiorità di Fischer.
Ma torniamo alla partita tra Paoli e Spassky. Il sovietico muove per primo e gioca un gambetto di donna, che Paoli rifiuta. Durante le prime mosse il triestino ottiene un certo vantaggio che potrebbe concretizzare alla diciannovesima ma qui, dicono gli analisti, Paoli sbaglia la mossa con il cavallo e quel vantaggio si vanifica. Tanto che la partita si concluderà, dopo quarantuno mosse, in parità. Il campione italiano era andato a un soffio da una vittoria di prestigio, ma avrà stretto cavallerescamente la mano a Spassky. Senza però salutarlo in russo, perché nonostante parlasse sei lingue, tanto che i francesi lo chiamavano paoliglotta, il russo lo avrebbe appreso cinque anni dopo, da autodidatta.
Uomo arguto, il triestino Paoli, mai banale e soprattutto scevro da ogni volgarità verbale e comportamentale, come viene descritto da chi lo ha conosciuto e apprezzato. Dotato di una memoria eccezionale, è stato un autentico gentleman della scacchiera. Ha vinto tre “scudetti”, ovvero il campionato italiano individuale, il terzo a sessant’anni, ha partecipato a quattro olimpiadi (il campionato del mondo a squadre) ed è stato collaboratore dell’Italia scacchistica per mezzo secolo con la rubrica “Poesia, teoria e pratica”, perché Paoli non era solo un agonista, era anche attento all’aspetto culturale del gioco e al suo rapporto con l’arte, la musica, il cinema, la letteratura. Tra tanti successi, bisogna ricordare anche una previsione clamorosamente sbagliata. All’intervistatore che nel 1982 gli chiedeva se un giorno un calcolatore sarebbe riuscito a battere il campione del mondo rispose: “No, secondo me è impossibile, perché il calcolatore è l’imbecille più veloce del mondo”. Nel 1996 il computer Deep blue batteva Kasparov e anche se il russo avrebbe preso subito la rivincita, quella data è il simbolo del momento in cui una macchina imbecille ha superato l’uomo. —
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