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Al Caffè Branca, la colonna sonora

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La scala e il juke-box

Le belle pagine scritte da Fabrizio sono di quelle che suscitano, in chi ha condiviso gli anni i luoghi le persone da lui rievocati, un sommovimento non superficiale nella psiche e l’affiorare, anche non voluto, di ricordi latenti ma vivissimi.

Un autobus che non passava mai, il 4, fino a piazza Tuscolo. Poi via Gallia, percorsa con passo impaziente e la testa piena delle varianti che volevi sperimentare per saggiare i tuoi progressi nel gioco, dopo tutto lo studio casalingo della settimana (che cominciava appena finiti i compiti). Poco dopo la chiesa, il tabaccaio, di cui ti giravi sempre a guardare la vetrina, con l’elegante scacchiera in bella mostra e i suoi pezzi staunton di un bel bosso pregiato.

E poi arrivava l’angolo su cui si apriva la porta a vetri del Caffè Branca. Subito a sinistra, appena entrati, dopo il bancone della rosticceria (ecco perché tornando a casa venivo sempre rimproverato di avere sui vestiti un terribile odore di fritto), quella scala di legno scuro un po’ buia. Indimenticabile.

Mettersi alla scacchiera ogni sera dopo cena nel chiuso della stanza (“e tutto il mondo fuori”), mentre la notte con i suoi misteri avanzava, con a fianco il bel libro Strategia e tattica nel gioco degli scacchi di Paoli o uno dei tanti trattati su aperture e finali in spagnolo di cui era in gran parte fatta l’editoria scacchistica di quei tempi (la Batsford non c’era ancora), era come entrare in un mondo parallelo, alternativo, fantastico, animato da entità arcane ma ogni giorno più amiche. Ogni sessione di analisi non si esauriva nello sforzo serio e attento di cercar di capire con l’intelletto le invisibili forze che emanavano dalla disposizione dei pezzi. La suggestione era così forte che la tua immaginazione ‘vedeva’ e ‘sentiva’, nella partita che stavi riproducendo, i volti e le personalità dei grandi campioni del passato (come li ritraevano vecchie mitiche fotografie) e di quelli, anche più amati, del tuo presente.

Il tempo si fermava, le ansie svanivano in una gioiosa e rassicurante sublimazione.

I gradini di quella scala (nessuna scala è stata mai più come quella) ti conducevano al piano superiore del sogno, del mondo fantastico ma non più immaginario dove era dato, anche ad un semplice ragazzino, giocare con i maestri della scacchiera (al Branca c’era quasi sempre un ex-campione italiano, o giù di lì). Ma era altrettanto importante stabilire amicizie con chi condivideva la stessa passione. Ed erano amicizie che non finiscono mai.

Un cameriere compassato e paziente veniva a prendere le modeste ordinazioni dei giocatori (difficilmente gli scacchisti consumavano altro se non un caffè, un tè o un cappuccino…e senza pasticcini!) e piano piano l’austera sala, all’inizio silenziosa, si riempiva di rumori difformi. Quello attutito dei pezzi mossi senza fretta e appoggiati delicatamente sul feltro da chi giocava partite ‘serie’ senza parlare, il frenetico picchiare sull’orologio dei lampisti, accompagnato da esclamazioni e commenti, strampalati ma mai banali, che sembravano rispondere al meccanismo verbale e concettuale delle associazioni libere (mi viene in mente l’«arrocco maltusiano», una delle tante geniali invenzioni di Mario Boschetti). Dal juke-box piazzato in fondo alla scala arrivava, effondendosi dolce e inebriante come un profumo, la voce di Patty Pravo.



La morte di Augusto Arienti, segretario e anima del Branca (l’identificazione con il circolo era tale che questo gli sopravvisse per poco), portato via da un aneurisma cerebrale quando non aveva ancora 35 anni, fu il primo grande dolore della mia vita, il primo incontro ravvicinato con la spietata pareggiatrice. Si dice che l’importanza di un avvenimento, per una persona, si misuri anche dalla vividezza con cui ne è rimasto stampato nella memoria il ricordo. Io ricordo perfettamente la telefonata che ricevetti a casa di un compagno di scuola, il mio muto sbigottimento. E mi vedo allontanarmi per una strada in discesa senza una parola. Avverto ancora la lotta interiore tra l’orgoglioso ritegno tardo-adolescenziale e la voglia di piangere. Eppure nella Cinquecento sulla quale William Sprovieri (detto ‘il Sommo’ ), Pino Valenti ed io andavamo al funerale c’era, più che tristezza, la consapevolezza, perfino allegra, di una comune appartenenza a qualcosa che ci univa così profondamente che neanche questo momento estremo avrebbe potuto staccare del tutto da noi il nostro amico. È questa la grande forza di quella bellissima cosa che sono le passioni, forse l’unica cosa che vince la morte.

Era molto raro vedere una donna al Branca. Lo scacchismo femminile prenderà piede solo qualche anno dopo. Una volta ci portai un’anziana pittrice, amica di famiglia, che si era mostrata interessata. Quando entrammo, l’atmosfera spenta di quel pomeriggio si ravvivò immediatamente. Il più bastardo di tutti, Sandro Meo, capì che ghiotta occasione gli si presentava e venne a sedersi di fianco a noi, mentre altri, incuriositi, facevano capannello in piedi. La pittrice, mentre formulava il primo dei suoi interrogativi, commise l’errore di volgere lo sguardo verso quel distinto signore: «Quand’è che si arrocca?», e Meo, con l’aria più seria di questo mondo: «Il martedì dalle cinque alle sette». Non ne ricordo altre, ma fu un fuoco di fila. Lei, quando capì, non la prese bene, e il mio piano di chiederle, per reciprocità, di visitare il suo atelier di pittura, che nella mia testa doveva essere pieno di modelle, naufragò miseramente.

Meo, ottimo e originale giocatore, era una persona molto sui generis, con una certa tendenza alla paranoia, come sa bene chiunque l’abbia conosciuto. Prima che arrivasse Passerotti, ero l’unico ragazzino lì dentro, e il mio doloroso ma formativo rito di passaggio fu sottostare per qualche mese alle angherie di Meo, che non potevano finire se non quando l’avessi battuto. Fu leale. Il sarcasmo, di cui mi aveva fatto oggetto ogni volta che ci sedevamo di fronte (e non potevo rifiutare i suoi inviti, per orgoglio), cessò di colpo dopo che gli vinsi una partita di gioco lento. Qualche tempo dopo ci incontrammo anche in torneo e mi sarà consentito di riprodurre qui una foto del formulario, che conservo gelosamente, di quella partita, una partita di cui sono molto fiero.

Meo era, a suo modo, incorreggibile e capitò ancora che avessimo qualche motivo di contrasto, ma avevo anche imparato a stimarlo. Anzi, in un paio di occasioni in cui dovevo chiedere un consiglio a qualcuno che non fosse troppo direttamente coinvolto nella mia vita, mi rivolsi a lui. Il Branca non c’era più, eravamo seduti nei giardinetti di piazza Lecce, di fronte al Cyrano. Ricordo che rispose con onestà intellettuale. Espresse il suo parere in toni oracolari: «Poniamo che la posizione che stai giocando imponga b5, tu cosa fai?». Come in ogni bravo responso oracolare, non era per niente facile capire quale delle alternative fosse adombrata nella mossa b5, ma gli sono ancora grato e sento di dovergli qualcosa.

Di solito giocavo con il Maestro Nestler, il primo che avevo conosciuto la prima volta che avevo messo piede al Branca, portato lì non ricordo da chi. Fu come un imprinting. Vidi lui, giocai la prima partita con lui, fui accettato e diventai suo allievo. Persona estremamente educata e riservata (gli ho dato del lei fino all’ultimo), giocatore di prim’ordine, più volte campione italiano, era raffinatissimo nelle manovre di cavallo e nel trattamento dei finali con piccoli vantaggi. Come maestro era di poche parole, mai lunghe spiegazioni e lunghe analisi dopo la partita. Mi faceva notare l’essenziale perché capissi i miei errori. Spesso bastava la domanda più efficace: «Perché hai fatto questa?». E poi si rigiocava subito la stessa apertura o lo stesso finale. O si cambiava. Lasciava a me la scelta. Ho avuto altri maestri in altri campi. Da tutti ho imparato che il valore di un maestro, come di un padre, sta nell’esserci, non nel seguirti sempre, sta nella costante disponibilità, non nella presenza, sta nel mettersi nei tuoi panni, non nel dispensare dall’alto. Credo che la predisposizione alla didattica, così forte in me, trovi origine nell’aver avuto insegnanti bravi ad insegnare, con qualcosa di comune nell’atteggiamento, anche se a volte con metodi diversi.

Quando Augusto Arienti morì, venne drammaticamente in luce la precarietà dei circoli di scacchi nei bar. Ci sarebbe voluto un altro generoso e capace come lui. Per fortuna c’era: si chiamava Salvatore Nobile. Con lui ebbe inizio l’allegra epopea del Cyrano. Ma un tempo, il tempo del Branca, il nostro tempo, era finito per sempre. Un altro ne stava cominciando.

P.S. Credo che non sia possibile rievocare qualcosa di importante del proprio passato senza farsi coinvolgere impudicamente dai ricordi. Le canzoni che ho attinto dalla mia memoria non sono la colonna sonora di quegli anni. Sono la colonna sonora di quel juke-box.

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