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Tre fotografie e il racconto di una vita

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Della vita dei novantamila soldati italiani caduti in territorio sovietico ignoriamo quasi tutto. A settantacinque anni dalla fine della seconda guerra, si fa ogni giorno più esiguo il numero di quanti li conobbero e li amarono. Fra un po’ non resterà più nessuno a rammentarne i nomi, il carattere, il colore degli occhi, il sorriso. Così, il ricordo degli sventurati giovani che ebbero per sudario la neve di Russia è destinato ad affievolirsi fino a sparire del tutto. La verità su molti di loro diventa inafferrabile e allora, se si vuole parlarne oggi per sottrarli a un ingiusto oblio, bisogna accontentarsi di ciò che è verosimile. In questo modo li si consegna a quella terra di mezzo fra la Storia e la Leggenda, intervenendo con la fantasia laddove mancano prove certe di ciò che avvenne realmente. Questo è ciò che ho fatto io con questo racconto scritto col nodo in gola, perché sono figlia di un reduce di Russia che ebbe la fortuna di tornare in patria e, affidandomi i suoi diari di guerra, mi insegnò che ricordare significa amare. Le vite degli Altri sono materia fragile, cui bisogna accostarsi con delicatezza e rispetto; mi si perdonino le inevitabili inesattezze.

Pietro Santoro nasce a Calascibetta il 1° luglio 1915. È un figlio dell’amore, della guerra e della povertà. Il padre Emanuele è al fronte quando lui viene al mondo. Per il piccolo Pietro l’unica consolazione fra tanta miseria sarà la presenza esclusiva della madre, nei confronti della quale sviluppa un attaccamento fortissimo. Il padre? Lo ha sentito solo nominare nelle preghiere che la giovane Francesca recita tutte le sere davanti alla statuina della Madonna: anche lei madonnina con un bambinello fra le braccia. Lo conoscerà solo nel novembre del ‘18, quando rientrerà dal fronte. Si studieranno come due estranei; il grande Santoro geloso di quel bimbo che di continuo reclama l’attenzione della sua donna; il piccolo Santoro ostile a quell’uomo di cui lo infastidisce la voce così imperiosa e sgraziata, e del quale ben presto impara a conoscere il peso degli schiaffi.
E insieme con il padre arriva anche l’epidemia spagnola. La morte cammina accanto alla famiglia appena ricongiunta. Aumenta l’insicurezza, aumenta la fame. Superato anche questo periodo nero, il reduce si rimbocca le maniche, si dà da fare a cercare un lavoro, a mettere in tavola pane e companatico. Ma i soldi sono sempre troppo pochi. E Francesca mette al mondo altri due bambini che però non fanno in tempo a diventare grandi, c’è bisogno di cibo buono e di medicine per far campare i picciriddi. Anche la scuola per Pietro diventa un lusso. Meglio mandarlo a lavorare la terra, curvo sotto il sole come le bestie.
Ma anche tutto quel travagghiu non basta. In paese si dice che al Nord chi trova un lavoro in fabbrica campa bene, nel giro di pochi anni fa la vita del vero signore. E adesso le bocche da sfamare sono quattro, perché nel ’23 è venuto al mondo pure Carmelo, una criatura bedda, bbona e ’ntelligenti.
Così nel ’25 la famiglia Santoro si trasferisce a Milano. Emanuele trova lavoro in una fabbrica di tondini metallici; come lavoro è uno schifìo ma la paga consente di pagare l’affitto e di mettere in tavola anche qualche fiasco di vino in più. E Pietro? Pietro ha dieci anni, può travagghiari come garzone in qualche bottega, magari di fornaio, caricandosi le gerle di pane sulle spalle d’estate e d’inverno, avanti e indietro per le strade di quella città straniera in cui non capisce nemmeno come parlano, perché lassù anche le voci hanno perso la sonorità a lui così cara, calda come la Sicilia che gli è rimasta nel cuore.
Lo stesso senso di solitudine e smarrimento lo prova anche Francesca. Lei e Pietro sono una cosa sola, spezzata in due, entrambi lacerati dalla nostalgia per la terra che hanno dovuto abbandonare. Nel ’28 arriva la notizia che la mamma di Francesca sta male, malissimo, forse muore. Ma Francesca non può tornare in Sicilia: è gravida e partorisce proprio il giorno in cui sua madre chiude gli occhi per sempre. Questa volta è una bambina: per un’anima che vola in Cielo, un’anima apre gli occhi sul mondo, e così la neonata si chiamerà Immacolata, come la nonna.
Da quel momento Francesca vestirà sempre di nero. Il senso di colpa per non aver potuto assistere la madre nei giorni dell’agonia la perseguiterà notte e giorno. Le brillano gli occhi solo quando guarda i tre figli: Pietro, Carmelo, Immacolata. Le tre sole gioie grandi della sua vita.
L’aria cupa di Milano, la malinconia, la solitudine non le fanno bene. Le malattie camminano in fretta quando manca la voglia di vivere; e quella Francesca l’ha persa. Chiude gli occhi anche lei, quei suoi occhi sempre lustri come diamanti neri.
Si occupa Pietro di portare al fotografo Casiraghi, che sta in corso Garibaldi e tutti ne parlano bene, il rullino fotografico dal quale verrà scelta la foto da stampare sui “santini” per commemorarla degnamente, come una gran signora, la signora bedda e onesta che era. La stessa foto che, riprodotta su ceramica, verrà posta sulla tomba di quella madre amata più di se stesso.
E il padre? Emanuele Santoro continua la sua vita in fabbrica, la sera in osteria, qualche domenica a ballare e lì conosce una donna, una di Milano, bionda, occhi chiari, non più giovanissima, visto che la va bene sposarsi un vedovo con tre figli. Infatti i due convolano a nozze; ma è proprio questo avvenimento ad aggravare la frattura tra Pietro e il padre. Pietro non gli perdonerà mai di avere tradito la memoria della madre sposando un’altra.
La situazione si complica nel ’35, quando nasce una bambina da queste seconde nozze. Una piccina bella come un angelo, bionda e con gli occhi chiari, che racconta il Nord che ha ucciso Francesca e viene celebrato persino nel nome così settentrionale che le viene imposto: Vanda. “Come quella Vanda Osiris che fa la sciantosa nei locali notturni, e che è scostumata assai” commenta Pietro a bocca storta.
Ma la piccola Vanda non ha nessuna colpa, questo Pietro lo capisce perfettamente. E lo capisce anche Carmelo, che un poco di scuola l’ha fatta e sa scrivere bene persino in corsivo. Lo capisce anche Immacolata, che dopo le elementari ha trovato lavoro in una camiceria e con ago e filo un po’ di soldini riesce a portarli a casa. Vanda, poi, è attaccatissima alla sorellastra, tanto che ci tiene sempre a far sapere che per lei è una sorella vera, anzi, una “cara sorella” come scriverà dietro l’istantanea che le regalerà, e che a sua volta Immacolata donerà al fratello in partenza per il fronte.
Eh sì, perché nel frattempo Mussolini ha dichiarato guerra alla Francia, all’Inghilterra, alla Grecia e pure alla Russia. Carmelo scansa la chiamata alle armi perché è ancora giovane, ma a Pietro tocca farla, la guerra. E gli tocca anche il fronte più duro, perché è difficile immaginare qualcosa di peggio del gelo russo per un ragazzo del Sud. “A Milano la mattina presto fa un freddo cane” dice per rincuorarsi, “sono forte, sopporterò anche la neve di Russia.”
Non ha una fidanzata, Pietro. Lì al Nord non ha trovato neanche una ragazza che gli facesse venire voglia di fare all’amore. Così, mentre raduna le cose da infilare nel suo zaino di soldato, entrano nella stanza i fratelli.
Carmelo gli allunga la piccola foto-tessera sul cui retro ha scritto una dedica firmandosi prima con il cognome e poi con il nome: ma il nome lo ha scritto alla siciliana, Camelo, come si pronuncia, non Carmelo come risulta all’anagrafe; proprio Camelo, come Pietro lo ha sempre chiamato. In quel suono c’è il calore, la voce della loro Sicilia. Camelo non è un errore, è una strizzata d’occhio, un sorriso complice tra due che si vogliono bene.
Ora è il turno di Immacolata. Accanto a lei c’è la piccola Vanda. Insieme gli consegnano l’istantanea che le ritrae accoccolate nel verde di un’aiuola, fuori del ristorante dove avevano pranzato tutti da gran signori, e Immacolata si era messo il tailleurino nuovo, quello che si era cucito quasi tutto da sé, una cosa fatta su misura, da signorina per bene come la borsetta di vernice nera.
“La foto di papà la prendi?” chiede Carmelo. E gliela allunga.
“No” risponde deciso Pietro. Si guardano. I due fratelli si parlano con gli occhi, alla siciliana. Non c’è bisogno di altro, perché si sono già detti tutto.
“La foto della mamma la vuoi?” domanda la piccola Vanda. Anche lei ha qualcosa da dargli, e gliela porge orgogliosa di quella mamma dai capelli chiari e gli occhi chiari, che va in giro vestita da sciura e tutti le portano rispetto.
“Ce l’ho già” risponde Pietro. E si batte la mano sul cuore, dove c’è il viso di una donna bruna che guarda lontano, forse già l’isba in cui fra qualche mese il suo primogenito entrerà in divisa da soldato, le mani intirizzite, i piedi gonfi e neri, sospinto da uomini brutali che gridano davaj!, davaj!, e lo percuotono coi calci del fucile, e lo chiamano con disprezzo fascista.
Poco prima di entrare nell’isba dove troverà due sole cose buone – il calore di una stufa e la pietosa comprensione di Taisia, una ragazza che dovrebbe essergli nemica ma che invece lo consolerà con qualche occhiata caritatevole – Pietro ha visto i suoi commilitoni perquisiti in modo brutale: i sorveglianti russi gli hanno tolto gli orologi, le penne stilografiche, le catenine dal collo, le medagliette dei santi protettori. Hanno frugato nei portafogli dei prigionieri, arraffando i soldi e stracciando le fotografie tanto amorosamente custodite lì dentro. Le hanno fatte a pezzi, godendo della disperazione dei poveretti che assistevano alla distruzione dei loro ultimi tesori. E ci hanno anche sputato sopra. Un puro esercizio di crudeltà. La bestiale legge del più forte che prova gusto ad annichilire gli inermi. La differenza fra i vincitori e i vinti la fa anche uno sputo su una fotografia.
Tutto questo Pietro lo ha visto. E gli ha causato un dolore ancora più insostenibile delle fitte che gli stanno martoriando i piedi straziati dal congelamento.
Se l’indomani non sarà in grado di proseguire la marcia nella colonna dei prigionieri, verrà messo spalle al muro e fucilato dai suoi aguzzini. Se invece riuscirà a camminare, alla prima perquisizione sarà lui a vedersi rapinato e oltraggiato con la feroce distruzione delle tre fotografie.
Allora Pietro estrae dalla tasca della giacca il portafogli, ne cava le foto. “Prendile tu” dice alla ragazza dagli occhi dolci. “Te le lascio.” Taisia fa sì con la testa. Gli occhi dolci adesso sono lucidi come laghi. “Abbine cura” aggiunge col poco fiato che gli resta in petto. Ha la gola stretta dal pianto, ma gli uomini veri non piangono neanche quando sono a un passo dalla morte. Si tengono la sofferenza dentro quella voragine che adesso c’è al posto del cuore.
Non credeva che tre fotografie potessero occupare così tanto spazio. Adesso lo sa. Adesso che quelle foto sono lontane da lui, per sempre.

In ricordo del fante Pietro Santoro (Calascibetta 1915 – Campo 56 di Uciostoje 1943) e di Taisia (1908 – 1987) che tenne sempre accesa la fiamma della pietà e della memoria.

 


Milano, Corso Garibaldi 97 una volta e oggi…

visibilissima l’insegna di quello che probabilmente sarebbe diventato il negozio di fotografia Casiraghi

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