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Dorothea Wierer saluta il biathlon: un’icona italiana che ha segnato un’era

Sotto una nevicata fitta, quasi irreale, ad Anterselva le stelle non cadono dal cielo: sembrano fermarsi, danzare lente, come per trattenere il tempo. È così che Dorothea Wierer saluta il biathlon, nella sua valle, davanti alla sua gente, nell’ultima mass start della carriera. Un congedo che ha il sapore delle favole sportive, di quelle che non cercano l’oro a tutti i costi, ma la verità di un percorso.

La gara, atto conclusivo del biathlon ai Giochi Invernali di Milano Cortina 2026, si chiude con il trionfo della Francia, con Océane Michelon davanti a Julia Simon, e bronzo per la ceca Tereza Vobornikova. Ma il cuore del pubblico batte per il pettorale azzurro che taglia il traguardo in quinta posizione, a trenta secondi dalla vittoria, con il quinto tempo sugli sci e una prova di solidità e orgoglio: 0-1-1-0 al poligono, come a dire che fino all’ultimo Dorothea è rimasta Dorothea. Una campionessa capace di essere competitiva anche nel giorno dell’addio, mentre la neve cade come un omaggio silenzioso.

Anterselva non è solo una località: è casa. È il luogo dove Wierer è diventata simbolo, prima ancora che campionessa. Ed è proprio qui che il cerchio si chiude, davanti a un pubblico che non assiste a una semplice gara, ma all’epilogo di una storia che ha cambiato il volto del biathlon italiano.

I numeri raccontano una carriera irripetibile: quattro medaglie olimpiche, dodici mondiali, quattro ori iridati, due Coppe del Mondo generali, quattro Coppe di specialità, oltre cinquanta podi individuali e diciassette vittorie. Wierer ha vinto in tutti e sette i formati di gara del biathlon, dimostrando una completezza tecnica e mentale rara. Ma ridurre tutto a un palmarès sarebbe ingiusto.

Perché la sua medaglia più preziosa, come spesso accade ai veri pionieri, non luccica nelle bacheche. È l’aver portato il biathlon fuori dalla sua nicchia, l’averlo reso familiare, amato, seguito in tutta Italia. Con il suo sorriso radioso, con la sua determinazione ferrea, con quella capacità unica di reggere la pressione nei momenti decisivi, Dorothea ha fatto da ponte tra uno sport di confine e il grande pubblico.

Nella mass start d’addio non c’è il titolo olimpico che manca a completare il disegno perfetto. Ma non c’è rimpianto. C’è solo l’immagine di una grandissima atleta che scivola sull’ultimo giro mentre la neve cade fitta, come stelle cadenti, e ogni fiocco sembra dire grazie.

Grazie a Doro!

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