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‘Capre sulla neve’: sport in cui ci si azzuffa meno sul GOAT. Il biathlon

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Episodio 1: la sostenibile leggerezza di Jarl

Episodio 2: mi manda Tarjei

Biathlon: Johannes Thignes Boe – Chance di Goatismo: 60%

In Italia il biathlon si sta pian piano facendo scoprire grazie ai trionfi di Dorothea Wierer, l’altoatesina di Anterselva capace di vincere due Coppe del Mondo consecutive, l’ultima poche settimane fa al termine di una stagione risolta letteralmente all’ultimo bersaglio contro la norvegese Tiril Echkoff.

Per chi non conoscesse lo sport, è presto descritto. La base, come per la Combinata Nordica, è lo sci di fondo, ma ci si porta dietro una carabina e al termine di ogni giro si giunge a un poligono per colpire 5 bersagli posizionati a 50 metri di distanza. Una volta (o due) in posizione prona e altrettante in piedi. Per ogni errore si effettua un giro di penalità di 150 metri (una ventina di secondi abbondanti) o, nelle gare su distanze maggiori, viene accreditato direttamente un minuto sul tempo totale di percorrenza. Chilometri da percorrere, bersagli da coprire, possibilità di sfruttare ricariche e modalità di penalizzazione variano a seconda dei formati di gara, che a livello individuale sono quattro. Questo, ovviamente, in soldoni.

Il panorama del Biathlon è interessante per due aspetti. Il primo perché è al momento lo sport sulla neve più capillare nel mondo. A differenza delle altre discipline, oltre venti nazioni riescono a mettere insieme una staffetta (più o meno) competitiva, e la presenza est europea e asiatica è nettamente superiore allo sci alpino, per non parlare di fondo e combinata nordica. La seconda, che ci interessa più da vicino, è che la situazione del biathlon attuale è praticamente parallela a quella del tennis, e le similitudini si sprecano. Se al femminile infatti, senza nulla togliere alla nostra Wierer, o a Ashleigh Barty, si assiste a un periodo di totale incertezza, gran varietà e, detto spudoratamente, livello generale non eccelso in cui diverse possono vincere qualcosa di importante azzeccando la gara o la settimana giusta, al maschile siamo nell’era di tre dominatori come non se ne sono mai visti nella storia di questo sport.

Nel tennis si chiamano Roger, Rafa e Nole; nel biathlon Ole Einar, Martin e Johannes. La sola grande differenza e che all’anagrafe tra i secondi tre passa qualche anno in più rispetto ai tennisti. La parte finale di carriera di Bjorndalen (Ole Einar) è coincisa con quella iniziale di Boe (Johannes). Con in mezzo Monsieur le Biathlon, il francese Martin Fourcade, avversario dei due norvegesi e capace di prendere il testimone dal vecchio Ole e di passarlo poi al giovane Johannes. Come nel tennis tutto lascia dedurre che alla fine della fiera Djokovic possa ritirarsi con numeri superiori a quelli dei due avversari, lo stesso si può dire di Johannes Boe. Il punto è che Djokovic difficilmente, come detto nella prefazione di questo articolo, potrà ottenere cifre talmente preponderanti da far pendere l’ago della bilancia del Goat dalla sua parte, senza se e senza ma. Johannes Boe invece potrebbe ancora riuscirci.

Johannes Thignes Boe

Il nativo di Stryn, villaggio di poche migliaia di anime sui fiordi occidentali norvegesi, a 27 anni ancora da compiere è già il terzo biathleta più vincente della storia dietro agli altri due mostri sacri. Similmente al caso delle sorelle Williams nel tennis, Johannes Boe è esempio di fratello minore che supera il maggiore. Tarjei Boe infatti è stato l’ultimo biathleta a vincere la Coppa del Mondo prima dell’avvento di Fourcade, nel 2011, approfittando di un periodo di interregno, un po’ come Hewitt fece a inizio millennio tra il declinante Sampras e l’arrembante Federer.

Una volta resosi conto della sua inferiorità nei confronti di Fourcade, Tarjei Boe ha delegato la sua vendetta al fratellino. Tra Fourcade e la squadra norvegese c’è sempre stato rispetto, ma occasionalmente non sono mancate le frecciate, soprattutto con alcuni elementi del team scandinavo. Si narra ad esempio che una volta Emil Hegle Svendsen, altro mostro sacro della disciplina, irretito da una celebrazione di Fourcade a suo parere esagerata, gli abbia detto “ridi ora, perché quando arriverà il fratello di Tarjei, riderai meno”. E così grossomodo è stato: Johannes Boe si è presentato nel panorama del biathlon, ha raccolto la sfida contro Monsieur le Biathlon e non si è più voltato indietro.

Salito alla ribalta nel 2015 con il primo oro mondiale nella specialità Sprint, è esploso nel 2016 portandosi a casa, fra le altre cose, la Mass Start dei mondiali casalinghi di Holmenkollen (qui i dieci minuti finali con cronaca di Dario Puppo e Max Ambesi): l’unica gara, mondiale o olimpica, che abbia visto sul podio i tre tenori; rappresenta per il biathlon quello che le finali di Wimbledon 2008, Melbourne 2012 e Wimbledon 2019 sono per il tennis, se ci si potesse sfidare in tre contemporaneamente. In quel sorpasso all’ultimo giro Johannes Boe ha preso dagli altri due Jedi di sci e carabina la benedizione e il testimone. Nel frattempo, Bjorndalen ha appeso gli sci al chiodo nel 2018 alla veneranda età di 44 anni, restando competitivo fino all’ultimo. E per questa sua straordinaria longevità possiamo decisamente etichettarlo come il Federer del trio.

Martin Fourcade invece ha stupito molti, ritirandosi a sorpresa poche settimane fa e comunicandolo appena poche ore prima dell’ultima gara della stagione, che è stata anche l’ultima della carriera. Lo ha fatto alla Bjorn Borg, perché Fourcade è ancora, per distacco, il numero due della disciplina e quest’anno si è portato a casa due ori mondiali: uno individuale nella 20km e uno in staffetta. Semplicemente, non riesce più ad avere la meglio con continuità sul più giovane rivale. Boe è il McEnroe di Fourcade.

I numeri di Bjorndalen e Fourcade si assomigliano, e se il francese non si fosse ritirato a soli 31 anni probabilmente sarebbero quasi identici. Il pallottoliere finora dice per il norvegese sei coppe del mondo, 95 vittorie di tappa (più una nello sci di fondo), 13 medaglie olimpiche di cui otto ori (gli ultimi due vinti alla veneranda età di 40 anni) e venti titoli mondiali (11 individuali e nove in staffette varie). Le Roi de Perpignan invece vanta sette coppe del mondo (consecutive!) con 83 vittorie, cinque ori olimpici che potrebbero diventare sei per motivi di doping, e anche per lui undici ori mondiali individuali (più due in staffetta).

Martin Fourcade, soprannominato ‘Monsieur Le Biathlon’

Essendo le cifre relative ai mondiali inflazionate dal fatto che si svolgono tre volte a quadriennio (ogni anno non olimpico) e che ad ogni appuntamento potenzialmente si possono vincere ben sette medaglie (impresa riuscita al femminile quest’anno alla norvegese Roiseland), il metro di paragone più efficace per comprendere la dominanza di un biathleta sono le vittorie individuali in Coppa del Mondo.

Con almeno un lustro di prime ancora davanti, e senza i due contendenti a dargli battaglia nelle prossime stagioni, Johannes Boe ha le 100 vittorie nel mirino. Per ora è già a quota 47, ma nelle ultime due annate ha dimostrato di poter vincere almeno 15 gare a stagione sulle 24 disponibili. Conservando questo passo, il che è tutto fuorché improbabile, si ritroverebbe appaiato a Bjorndalen in soli tre anni; con altrettanti (come minimo) a disposizione per costruire quel gap di cui parlavamo che metterebbe fine a ogni discussione sul più grande di ogni epoca. Sul piatto Johannes Boe può già mettere anche 10 ori mondiali (seppur “solamente” quattro a livello individuale) e tre medaglie olimpiche di cui un oro.

Le chance che possa diventare il più vincente di sempre dipendono sostanzialmente da tre fattori. Anzitutto la voglia di rimanere a combattere e conservare lo stato di forma attuale fino ad almeno 32-33 anni. La sua performance a Pechino 2022, dal momento che sugli allori olimpici si trova al momento a inseguire. E, infine, l’avvento di un altro atleta di punta in grado di dargli un po’ di filo da torcere, un’eventualità che al momento pare remota. I giovani talenti ci sono ma nessuno ora come ora pare avere il piglio dominante di Johannes Boe.

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