Di padre in figlio, John Ebeling su “Tatu”: «Con Udine ha vinto solo il primo trofeo»
UDINE. Sulle orme del padre. Michele Ebeling, per tutti “Tatu”, ha appena vinto il suo primo trofeo da senior con la maglia dell’Apu e ha reso felice suo papà John, che in Italia ha fatto faville negli anni ’80 con le divise di Ferrara e Firenze, oltre a trovare la donna della sua vita e mettere su famiglia. John Ebeling, oggi 62enne, vive a Ferrara e ha cinque figli (Michele è il terzogenito).
È stato a lungo ds della squadra estense, ora si gode il basket dall’esterno, dando qualche parere spassionato a chi glielo chiede, aspettando una nuova occasione. Nel frattempo lo abbiamo raggiunto per parlare di pallacanestro: quella attuale di suo figlio e quella che lo vide protagonista quarant’anni fa.
Ebeling, ha visto la finale di Coppa Italia fra Udine e Cantù?
«Sì, l’ho vista in tv. Prima, guardando i roster delle due squadre, ho pensato che sarebbe stata una battaglia. Alla fine ha vinto la squadra più forte. Il lavoro che sta facendo Boniciolli assieme a Martelossi è eccellente».
È il primo trofeo da senior per suo figlio Michele. Orgoglioso?
«Sì, e speriamo che non sia l’ultimo! Sono tanto orgoglioso per mille motivi. “Tatu” è uscito da un lungo infortunio, ha lavorato duro e ha meritato questa gioia. Io in carriera ho subito cinque operazioni e so che ci vuole tempo per tornare quelli di prima. Boniciolli che l’ha voluto e aspettato».
Cos’ha pensato in estate quando l’Apu ha puntato su suo figlio?
«Lui era guarito ma non era ancora rientrato in campo a un certo livello. Io e Matteo (Boniciolli, ndr) parlammo, a livello professionale c’è molto rispetto. Mi chiese come stesse Michele e scelse di prenderlo in squadra. Pensai subito che Udine sarebbe stato il posto perfetto per mio figlio, come allenatore, come ambiente e come obiettivi».
Michele cosa le dice di coach Boniciolli?
«È contento. Ha fatto molta fatica all’inizio, aveva una certa mancanza di fiducia post-operazione. Matteo è uno che dice le cose in faccia e “Tatu” apprezza molto questa cosa: se ha la fiducia del coach e dei compagni, si butta nel fuoco per loro».
È convinto della trasformazione tattica di Michele?
«Sì. Da piccolo giocava sempre lontano da canestro. Ora che è alto 2.05 non può giocare da “4” ad alto livello, è diventato un all-around molto duttile tatticamente. Ha tiro da fuori e può marcare tutti i piccoli».
La vedremo al Carnera?
«Sono venuto a Udine a gennaio per la partita contro Treviglio, ci tornerò appena possibile».
Che differenza c’è fra la A2 dei suoi tempi e questa?
«È un basket diverso. Ai miei tempi si investivano più soldi sugli stranieri, che avevano più responsabilità. C’era la regola non scritta che se un americano falliva tre partite di fila, veniva tagliato. Una cosa è sicura: gli stranieri all’epoca erano più forti, oggi non vedo un JJ Anderson in A2».
Ricorda le partite in Friuli contro Udine e Gorizia?
«Mi ricordo le sfide contro il colosso Winfred King. L’ho marcato, era molto forte e un po’ matto».
È vero che lei è stato a un passo da Gorizia?
«Sì, c’era Mario De Sisti, allenatore e amico di famiglia. Poi però non ho capito bene per quale motivo sia saltato tutto».
La barba di suo figlio è un vezzo oppure è in suo onore?
«Non credo sia in mio onore (ride, ndr). “Tatu” è un ragazzo con una sua personalità, ha girato l’Italia con un cognome pesante, ma ora ha capito come convivere con la pressione dei figli d’arte».
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