FIBA World Cup 2019: Team USA con un filo di gas, buona la prima contro la Repubblica Ceca
Esordio vincente tutto sommato comodo per gli Stati Uniti al mondiale cinese, contro una discreta Repubblica Ceca che prova ad opporre un ottimo Satoransky (17+5), la presenza fisica di Balvin e il 44% complessivo dai 6,75, ma nulla può contro lo strapotere offensivo degli americani. C’è partita per poco più di un quarto di gioco, poi gli USA volano in doppia cifra e non si guardano più indietro, guidati da Walker e lanciati da quattro uomini in doppia cifra.
Il piano partita ceco consiste nel raddoppiare sulla palla rallentando i ritmi degli avversari, nel costringerli a forzare conclusioni o isolamenti, nel costruire mismatch in attacco cercando di sfruttare le doti in drive della guardia dei Bulls o la stazza sotto canestro. Ne viene fuori un quarto di apertura farraginoso e pieno di errori, con le difese che prevalgono sugli attacchi; quella ceca, in particolare, alternando zona e uomo, tiene gli statunitensi ad un modesto 1/6 dall’arco. Gli uomini di Ginzburg mettono anche la testa avanti (7-11 a metà parziale), ma Popovich inizia la sua ampia girandola di rotazioni optando per un quintetto piccolo o piccolissimo (con Barnes, autore di 14 punti, schierato da pivot) e riesce a sporcare le linee di passaggio avversarie, chiudendo in vantaggio (17-14).
Tatum è il primo dei suoi ad andare in double digit (10 punti, tutti nel primo tempo), ma mostra esitazioni non indifferenti nella propria metà campo, sulle quali infierisce una volpe come Satoransky; motivo per cui, non infrequentemente, Joe Harris (9 punti e il miglior +/- della gara: +19) lo sostituirà nel corso del match. La mossa si rivela fruttuosa fin da subito: alzata l’intensità difensiva, gli USA iniziano a correre, facendo saltare i piani cechi e toccando rapidamente la doppia cifra di vantaggio, al 13′. Il risultato non sarà più in discussione e ci sarà spazio per un paio di giocate da accademia del solito Kemba Walker (13+4), in particolare un arresto in penetrazione fronte a canestro con finta di step back, cambio di passo e conclusione sottomano, a fine primo tempo, che manda in visibilio il pubblico di Shangai (43-29 all’intervallo).
Alla ripresa dei giochi, ennesima opzione difensiva della Repubblica Ceca, che tenta una zone press a tutto campo, fatturando qualche palla recuperata. Gli USA, però, danno la sensazione di essere in pieno controllo e di poter allungare ogni volta che decidono di alzare l’intensità, soprattutto difensiva, per poi colpire con le ripartenze. Si accende anche Donovan Mitchell (16) e la nazionale stars & stripes tocca il ventello al 28′ (66-46). Da qui in poi, sarà garbage time, benché molto piacevole e vada dato atto ai cechi di profondere il massimo impegno fino alla sirena.
Popovich pulisce la panchina, facendo vedere il parquet anche a Plumlee, apparso troppo lento su ambo i lati del campo e l’unico fuori ritmo. Gli avversari ne approfittano punendo dal pick and roll e con una serie di triple, con Bohacik (13, 3/5 3P%) sugli scudi, che tiene, giustamente, lo scarto entro una cornice di presentabilità. Finisce 88-67 tra gli applausi per tutti i contendenti. Meritati: la sconfitta, per Satoransky e compagni, ci sta ed era in preventivo, ma tatticamente la squadra c’è.
Per quanto riguarda Team USA, luci ed ombre e qualche indicazione sulle strategie di Popovich:
– difesa rivedibile, soprattutto negli automatismi e nei tempi di aiuti e rotazioni, e qualche impaccio nell’affrontare la zona, espediente tattico che vedremo spesso, con ogni probabilità, nel tentativo di arginare lo strapotere atletico degli americani;
– ampio ricorso al turnover per centellinare le forze e arrivare in forma e con meccanismi ben rodati al momento caldo del torneo: l’abbiamo visto nei test match di avvicinamento al mondiale e ancora lo vedremo nelle fasi a girone;
– uso frequente dello smallball, in parte per scelta tattica, in parte anche per i limiti strutturali della nazionale, messa insieme con chi ci stava, più che davvero selezionata dal Pop;
– le spaziature la chiave di volta dei (possibili) successi di questa selezione: avere in campo da tre fino a cinque tiratori non battezzabili, tutti in grado di cantare o di portare la croce accettando tutti i cambi grazie alla taglia fisica soprattutto degli esterni e attuando le tre minacce da qualsiasi posizione del campo. Abbiamo visto lungamente in campo insieme Walker, Mitchell, Tatum (o Harris), Middleton (o Brown), Barnes (o Lopez): tiratori, passatori e attaccanti interscambiabili e immarcabili. Dai successi di questa opzione tattica passeranno molte delle speranze di triplete nordamericane.
Aspettiamo Team Usa alla prova di avversarie più competitive, a partire dalla prossima uscita, dopodomani, contro la Turchia, in una riedizione in tono minore della finale del 2010.
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