Fragole con panna: il tennis è davvero per tutti?
Senza nemmeno girarci intorno: un movimento tennistico così, nell’Era Open, non si era mai visto. E Sinner, ormai ovunque (anche sui muri), lo conferma. Eppure quell’“open” resta un concetto confinato al campo, al circuito professionistico più che alla reale accessibilità dello sport. Nonostante la crescita dei circoli italiani e la spinta della federazione verso l’aumento dei tesserati, il tennis continua a essere uno sport nel quale all’aumento della visibilità non corrisponde una crescita nella sostenibilità economica per il tesserato. E forse è proprio qui la sua contraddizione più grande.
Un po’ come le fragole con panna. Un’immagine semplice, quasi banale, ma che in qualche modo calza. Perché il tennis oggi funziona un po’ così: sembra accessibile, anche invitante, ma non è il primo assaggio il vero problema. È tutto quello che viene dopo. Non si tratta solo di pagare una lezione o prenotare un campo. Quello è l’inizio, e spesso sembra anche alla portata. Il punto è restarci. Allenamenti, attrezzatura, tempo, continuità. Tutto quello che gira intorno a uno sport che non ti esclude davvero, ma nemmeno ti accoglie fino in fondo.
E allora succede questa cosa strana: il tennis è ovunque, ma non per tutti. Lo guardiamo, lo seguiamo, lo condividiamo. Ma viverlo è un’altra storia. C’è una distanza sottile, quasi invisibile, tra chi può permettersi di farne parte davvero e chi resta fuori, anche solo di un passo.
Tutto questo per affacciarsi nel calderone della gestione dei circoli, incatenati a dei costi che non prevedono un guadagno reale, piuttosto, un “restare in piedi” analogo a quei professionisti che non potendo accedere alla top 100 devono minuziosamente amministrare le proprie finanze affinché la propria passione possa restare un lavoro.
Troppe luci, troppo costosi i campi, la pulizia, i gestionali, i maestri, nessuno ha una colpa: solo uno sport meraviglioso inventato per due persone che occupano un suolo troppo ampio per rientrare nella fascia accessibile a tutti.
A questo punto la domanda viene quasi spontanea: quanto costa davvero giocare a tennis?
Prendiamo una giocatrice qualsiasi di quarta categoria. Una 4.2, una 4.3. Niente di straordinario, ma nemmeno la classica partita della domenica con l’amica. Due o tre allenamenti a settimana vogliono dire campi da prenotare (diciamo tra i 15 e i 25 euro l’ora, spesso divisi). Poi ogni tanto una lezione con il maestro, le corde da cambiare, le scarpe che dopo qualche mese sono già finite, le iscrizioni ai tornei, la benzina per andarci. Non serve fare grandi calcoli: tra una cosa e l’altra si arriva facilmente a 200, 300 euro al mese. E stiamo parlando di un livello normalissimo, niente di esasperato.
È lì che si capisce la differenza. Il tennis non è impossibile da iniziare. Il problema, semmai, è restarci. Eppure, numeri alla mano, i tesserati FITP in italia sono oltre 1 milione (trainati anche dal padel). Ma i circoli restano perlopiù privati, il che scongiura e disincentiva il sostegno da parte dei comuni, soprattutto nella riqualificazione di impianti esistenti o l’insorgere di nuovi. Sicuramente, una gestione ramificata abbasserebbe notevolmente la pressione sul profitto e aumenterebbe l’accesso “sociale” grazie a abbonamenti flat, per esempio.
E non è una critica. O forse sì, ma non nel senso più semplice.
Perché la passione per il tennis è universale. La senti, ti prende, ti resta. Solo che le condizioni per coltivarla non lo sono ancora. E forse è proprio da lì che bisognerebbe ripartire.
Via Ubitennis attraverso i vostri commenti apriamo il dibattito..
Il tennis italiano cresce, riempie i circoli e conquista nuovi appassionati. Ma la domanda resta aperta: stiamo davvero allargando questo sport o stiamo solo imparando a raccontarlo meglio? Chi vive il tennis ogni giorno (nei circoli, nelle scuole e nei tornei locali) che cosa ne pensa?

