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Gravina parla di dilettanti, lo sport vince da professionista: la lezione del tennis

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Domanda a Gabriele Gravina, 31 marzo 2026: Non teme che il calcio non riesca più a entrare nel cuore dei tifosi, mentre gli altri sport, gli altri movimenti in Italia continuano a crescere?

Il calcio è uno sport professionistico gli altri sono dilettantistici e dobbiamo fare dei rapporti diversi. Negli sport dilettantistici si possono adottare decisioni che nel professionismo non si possono adottare come il modo di utilizzo dei giovani. Per non parlare di altri sport come lo sci; a parte Arianna fontana (che è la più medagliata atleta italiana nella storia degli sport olimpici, ed è una pattinatrice, specialità short track n.d.c.) gli altri sono dipendenti del nostro Stato.

La domanda arriva diretta, quasi inevitabile, figlia di una serata come quella di Zenica che dovrebbe imporre silenzio e riflessione. La risposta di Gabriele Gravina, presidente della FIGC, invece, rompe quel silenzio con parole che a risentirle, suonano tra lo sconforto e l’imbarazzo.
Ed è proprio in queste parole che il discorso si sposta e si complica, perché non c’è solo una lettura parziale della realtà, c’è una visione che sembra rimasta indietro. Non è tanto la sconfitta a preoccupare, né soltanto la terza mancata qualificazione consecutiva ai Mondiali. Che poi già basterebbe a definire un fallimento storico, ma la sensazione che chi dovrebbe guidare il movimento continui a raccontarlo come se fosse ancora il centro del mondo, come se tutto il resto fosse un contorno. 

E invece il mondo dello sport si è allargato, è cambiato, si è evoluto. Come ricorda Franco Bragagna, non esistono “altri sport”, ma discipline sportive: lo sport è uno, cambia solo la forma. Parlare di “sport minori” è un errore culturale prima ancora che lessicale. Ed è il riflesso di una superiorità che oggi non trova più riscontro nei fatti. E allora la domanda diventa inevitabile: quali sarebbero questi sport dilettantistici? Il tennis? Il volley campione del mondo? Il motorsport che produce talenti globali? Basta fermarsi un attimo per capire quanto questa narrazione sia fragile.

I fatti, i numeri e il sorpasso del tennis

La realtà, come spesso accade, è più semplice e più scomoda; mentre infatti il calcio continua a raccontarsi, gli altri costruiscono. Chi? Uno su tutti il tennis italiano, che di questo processo è l’esempio più evidente, e non è un caso isolato. 
Ogni rivoluzione ha bisogno di un momento simbolico, e per il tennis quella data è il 12 luglio 2021. La finale di Wimbledon di Matteo Berrettini giocata nello stesso giorno della finale dell’Europeo tra Italia ed Inghilterra a Wembley. Per la prima volta il tennis ha condiviso la scena senza sembrare un intruso.

Poi è arrivato Jannik Sinner e il salto è diventato definitivo: numero uno del mondo, campione Slam. Simbolo di un approccio nuovo, fatto di lavoro, metodo, ossessione per il miglioramento. Attorno a lui non c’è il vuoto, ma un sistema: Musetti, Paolini, le vittorie in Davis, una profondità che l’Italia non aveva mai conosciuto e se si allarga lo sguardo, si scopre un ecosistema credibile, attrattivo, internazionale. Le ATP Finals, i tornei che si moltiplicano, le federazioni globali che cercano l’Italia.

Nulla è casuale e i numeri lo confermano. 19 milioni investiti dalla FITP nel 2025, oltre 20 nel 2026, circa 800 mila ragazzi coinvolti con “Racchette a scuola”. Il calcio, nello stesso periodo, si ferma a 6,5 milioni sul settore giovanile. Eppure continua a ricevere più del doppio dei contributi pubblici, 35 milioni contro 16. È qui che la prospettiva si ribalta: non perché le altre discipline sportive come il tennis crescano, ma come riescano a farlo così tanto, con meno risorse. La risposta è nella capacità di cambiare, di aprirsi, di innovare davvero e la base che poi risponde: i circoli pieni, in tal senso, non devono stupire, sono il risultato di un progetto.

Il vero problema di Gravina : non guardarsi allo specchio

C’è poi un altro passaggio che rende ancora più fragile la tesi del presidente Gravina: quello sugli “sport di Stato”. Intanto, anche solo citare Arianna Fontana come esempio legato allo sci racconta una confusione che va oltre la semplice imprecisione: è una leggenda dello short track, non dello sci. Soprassediamo per decenza. Oltre a questo clamoroso scivolone su Fontana, stupisce il paradosso sui Gruppi Sportivi Militari.

L’intervento statale è un ammortizzatore vitale per quelle discipline che non muovono i miliardi dei diritti TV calcistici. Un’industria ricca non può usare il welfare altrui per giustificare le proprie carenze di programmazione e i fallimenti di sistema. Gli atleti sostenuti da questi gruppi non sono dilettanti, sono professionisti che dedicano la vita a un obiettivo, spesso lontano dai riflettori e pensare il contrario significa non comprendere né il sistema né il sacrificio. E allora il punto diventa un altro: il calcio italiano non è vittima di un sistema ingiusto, è prigioniero di se stesso, è un sistema che fatica ad accettare la critica, che si rifugia nei successi passati, che si muove su temi alti senza risolvere quelli concreti, che tende a spostare sempre la responsabilità altrove. 

Le parole di Gravina non sono solo una scivolata, sono il sintomo di una cultura autoreferenziale che non si mette in discussione. Intanto nel frattempo il mondo cambia e oggi i bambini vogliono diventare Sinner, non Retegui o Scamacca. E questa fotografia va accettata da tutti, in primis da chi dovrebbe governare il calcio, perché quello che prima era il centro di tutto, adesso non lo è più. Quel centro si è spostato, e il calcio sembra non essersene accorto. E allora sì, manca l’umiltà per capire questi concetti; un’umiltà che non è solo in campo, ma soprattutto fuori, dove si costruiscono le fondamenta. Perché continuare a pensarsi superiori è il modo più veloce per restare indietro e mentre lo sport italiano corre, il calcio resta legato al palo, costretto dalla catena dell’ignoranza e della presunzione sportiva.

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